STORIALOCALE - BENITO MUSSOLINI: DISCORSO AL TEATRO FRASCHINI - PAVIA, 23 NOVEMBRE 1918

Per la città di Pavia, la data del 23 novembre 1918 rappresenta il primo incontro con Benito Mussolini.
La conferenza, tenutasi in un Teatro Fraschini ricolmo di persone, sarà occasione per l'allora direttore del "Popolo d'Italia" di disquisire riguardo alla vittoria ed alla ricostruzione politico-sociale della nazione nel dopoguerra. Una orazione vibrante di passione italica (così in molti la definiranno), che sarà incitamento per i germoglianti Fasci Pavesi per la conquista dell'Italia, in nome della sua grandezza e dignità.
«Più che ad un pubblico, Mussolini parlò ad una massa rigurgitante di popolo, che gremiva ogni più riposto cantuccio del Fraschini. Rinunciamo a fare la cronaca degli applausi che spesso interruppero il valoroso direttore del "Popolo d'Italia". Pubblichiamo qui, ben lieti di poterlo fare, il discorso dal lui pronunciato, certi di accontentare tutti i nostri lettori». ("La Provincia Pavese", 27 novembre 1918)


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Inserito da EAR il 20-XI-2004 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - BENITO MUSSOLINI: DISCORSO ALLA "SAGRA FASCISTA" - MORTARA, 8 MAGGIO 1921

Prima vera manifestazione di massa del Fascismo pavese e lomellino, la "Sagra Fascista" di Mortara, svoltasi l'8 maggio 1921, si presenta ai nostri occhi, negli scritti, nei pezzi giornalistici e nelle fotografie dell'epoca, come una grande festa di popolo, come il presagio dell'imminente affermazione del Fascismo su scala nazionale. Migliaia e migliaia di Camicie Nere ammassate nella piazza antistante il Municipio, dove fu montato il palco destinato agli oratori, 36 nuovi Fasci di Combattimento inaugurati durante la giornata, addobbi in ogni dove, aerei a solcare il cielo, lasciando cadere sulla città migliaia di volantini propagandistici. L'organizzazione di Lanfranconi, Magnaghi e Cordara non lasciò nulla al caso. Momento topico della giornata fu, senza ombra di dubbio, il discorso pronunciato alla folla da Mussolini, un discorso prettamente elettorale, ma comunque utile, al di là di facili quanto erronei parallelismi con il presente, a comprendere come la strategia del "Blocco Nazionale" sia stata efficace, nella maturità, scevra di ogni personalismo, con la quale fu attuata.

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Inserito da GFA il 5-II-2006 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - EMANUELE ZILLI

Anche una tranquilla città di provincia come Pavia può avere i suoi morti, e può persino dimenticarseli. È, più o meno, ciò che è avvenuto per la vicenda di Emanuele Zilli, 25 anni, originario di Fano Adriano (Teramo), ma abitante a Pavia già dai primi anni settanta. Esponente e attivista del Movimento Sociale Italiano, era stato anche candidato alle elezioni comunali. Il suo impegno politico si esplicava infine come rappresentante CISNAL.
Emanuele Zilli era un militante di quelli che non si tiravano indietro, in anni di scontri anche molto duri. Aggredito una prima volta, nel 1972, in piazza Castello insieme ad un amico, qualche settimana dopo, il 5 Dicembre 1972, stava per subire la stessa sorte.
Era sposato e padre di due bambine che, nel novembre 1973, avevano appena due e un anno: era un operaio che, per mantenere la sua famiglia, lavorava duramente presso uno spedizioniere di Pavia, la ditta Bertani, e fu all'uscita dal lavoro che trovò ad aspettarlo la morte.

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Inserito da GFA il 20-X-2004 - Fonte: Stefano Vaglio Laurin
 

STORIALOCALE - GUIDO ALBERTO ALFIERI: UN PERSONAGGIO CARISMATICO NELLA TRAGEDIA DELLA GUERRA CIVILE IN OLTREPO

Figura carismatica durante il Ventennio, il Colonnello Guido Alberto Alfieri segnerà con il suo valore gli anni della Repubblica Sociale Italiana nel territorio pavese. Alfieri, classe 1904, nacque a Brescia il 3 giugno. Sin da giovanissimo, spinto dall'amor patrio e dalla sete di azione, partecipò all'impresa di Fiume, e, squadrista della prima ora, partecipò alla Marcia su Roma, legandosi inscindibilmente al Fascismo. Volontario in Africa, in Spagna e durante il Secondo Conflitto Mondiale, durante quest'ultimo combatté, da Aviatore, sorvolando i cieli dell'Unione Sovietica. Alfieri ottenne per le sue eroiche gesta due Medaglie d'Argento, due Medaglie di Bronzo, due Croci di Guerra al Valor Militare, una Croce di Ferro tedesca di IIª Classe ed infine, come pilota, una Medaglia d'Oro al Valor Aeronautico.
Noto frequentatore, durante gli anni Trenta, dell'Oltrepo pavese, per via della passione, condivisa con l'imprenditore Enrico Mattei, per le battute di caccia, ebbe modo di mettere a frutto la sua approfondita conoscenza del territorio durante la Guerra Civile, nei combattimenti che ingaggiò contro le locali formazioni partigiane. Ritrovatosi, dopo l'8 settembre 1943, a Casteggio, presso l'abitazione del suo vecchio amico e commilitone Felice Fiorentini, il Colonnello Alfieri, tramite l'aiuto di fascisti locali, riorganizzò rapidamente le fila del nuovo Fascio Repubblicano. Con il susseguirsi degli eventi bellici e con la disposizione delle armate tedesche in Italia, il Colonnello Alfieri si trasferì a Voghera, luogo di importanza strategica per la rilevanza della linea ferroviaria e per la posizione geografica.
Dopo lo sfaldamento delle unità militari e di polizia, intento del Comando Germanico era quello di ricreare quelle istituzioni che potessero svolgere servizi di sicurezza sul territorio e garantire il puntuale contrasto dei reati politici. A tale scopo, la figura del Colonnello Alfieri parve la più adeguata, come ufficiale di provato valore e dotato del necessario carisma. Il Sicherheits Abteilung (unità di polizia sotto comando tedesco) venne costituito verso la fine del 1943 presso il Comando di Piazza Germanico, che ebbe sede, inizialmente, all'interno delle Scuole Professionali di Voghera, successivamente, al primo piano della Casa del Fascio e, infine, casa Lavagna, in via Scarabelli. In un primo tempo il S.A. svolse essenzialmente attività di polizia comprendenti la cattura di numerosi prigionieri di guerra inglesi, ospitati nelle zone di montagna del Brallo. Poi anche i cosiddetti ribelli o banditi caddero nelle maglie del S.A., ed il reparto, rafforzato di numerosi componenti, provenienti dal Battaglione San Marco, di stanza a Voghera, diventò una pericolosa e dinamica unità anti-guerriglia. Risoluto e dedito all'azione, il Colonnello Alfieri impose gravi perdite ai ribelli applicando una coordinata rete di investigazione ed utilizzando uomini dalle più disparate provenienze militari.
Si spense il 29 giugno 1944, colpito mortalmente da fuoco amico durante un rastrellamento tra Varzi e Pietragavina. La morte del colonnello Alfieri rappresentò senza dubbio un duro colpo per il Fascismo Repubblicano pavese e per il Comando Germanico: con lui si perse, oltre all'eroico combattente, la capacità di prevenire il banditismo con operazioni mirate e senza l'utilizzo di inutili rappresaglie. Con la sua morte, il clima di guerra civile che si respirava in Oltrepo raggiunse un punto di non ritorno: di lì in poi, odio e sangue non conobbero tregua. Neppure a guerra finita.
A lui venne dedicata la formazione in armi del Partito Fascista Repubblicano di Pavia, che assunse così la denominazione di XIVª Brigata Nera "Alberto Alfieri".


Inserito da EAR il 5-II-2007 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - UNA VALOROSA FIGURA PAVESE: PEPPINO FRANCHI MAGGI

Nella nostra storia contemporanea, un posto di particolare rilievo assume la I Guerra Mondiale. Un conflitto duro, estremo, che ha visto la nostra amata Patria offrire in eterno sacrificio la vita di moltissimi italiani e, com'è ovvio, tra questi figuravano molti cittadini pavesi. Tra i numerosi caduti si erge a mirabile esempio l'eroica figura del Tenente Peppino Franchi Maggi, prematuramente scomparso in Francia sulle trincee che lui stesso presidiava con il suo valoroso spirito di dedizione per la causa. A distanza di anni, lo vogliamo ricordare come fulgido esempio per tutti coloro che si rifanno all'idea immortale di Patria. Brevemente, date le fonti, ma intensamente nel pensiero, ne onoriamo il ricordo perpetuo.
Peppino Franchi Maggi nacque il 15 settembre 1890 a Pavia, dall'Ing. Emilio e da Bianca Castrati. Studente nelle scuole medie a Pavia, entrò a soli 17 anni, all'Università, nella facoltà di matematica. Passato poi al Politecnico di Milano, si laureò ingegnere nel 1912. Pur attendendo alla libera professione in Pavia, fu assistente di topografia e poi di costruzione ponti presso il Politecnico anzidetto. Chiamato alle armi nel maggio del 1915 col grado di Sottotenente (16ª Compagnia mobilitata del I° Reggimento Genio), nell'agosto successivo, sul fronte trentino, venne gravemente ferito ad un braccio. Egli trovò tuttavia modo di riprender subito il suo posto di combattimento nel Trentino ed in Carnia. Promosso Tenente, e poco dopo colto da tifo, restò sino al marzo 1917 inabilitato al servizio. Rimandato poi, dietro sua richiesta, al fronte, fu successivamente in Carnia, sul Vodice e sulla Bainsizza.

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Inserito da EAR il 5-XII-2006 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - IL SERVIZIO AUSILIARIO FEMMINILE A PAVIA

Molto spesso, in numerose opere librarie ed in numerose conferenze, si è parlato del ruolo della donna nel Ventennio Fascista attingendo unicamente allo stereotipo del "custode del focolare domestico". Tale premessa, tuttavia, non trova riscontro: una più approfondita ricerca su ciò che la donna effettivamente rappresentò in quel periodo non può prescindere dal menzionare le molte importanti figure femminili che con il proprio prezioso lavoro contribuirono alle svariate realtà associazionistiche del tempo, ed addirittura ad enti statali quale l'ONB, per non parlare del ruolo di rilievo da esse rappresentato nella società civile e nel mondo dell'arte e della cultura.
L'esempio più eclatante, che non manca, ancora oggi, di suscitare ammirato stupore, lo troviamo però nel temperamento di coloro che dopo l'8 settembre 1943, quando tutto ormai sembrava perso con il tradimento del Governo Badoglio, non accettarono la resa. Un'intera generazione di giovani donne era pronta a riscattare la viltà, in nome della Patria. Giovani fanciulle, mogli e madri, unite nel dare il proprio contributo, se non addirittura la propria vita, per i valori in cui credevano. Così, tra le immani sofferenze che avrebbero potuto patire in guerra e le fatiche connesse al proprio ruolo sociale, certo non meno degne, ma indubbiamente più rassicuranti, s'impose il coraggio della scelta. A Milano, circa 600 giovani donne si radunarono chiedendo l'arruolamento, e così fecero in tutto il nord Italia, sollecitando con la propria presa di posizione l'istituzione di gruppi femminili nell'ambito delle Forze Armate nella appena costituitasi Repubblica Sociale Italiana. Con il Decreto Legislativo del 18 aprile 1944 n°447, fu sancita la nascita del Servizio Ausiliario Femminile (SAF). L'apporto dei reparti femminili, pur non essendo destinato all'assolvimento di compiti specificamente bellici, godette da subito della più alta considerazione da parte di Mussolini e del Segretario del Partito Pavolini, che lo definirà come «una delle istituzioni più serie e utili» fra quelle esistenti. Accolte da un iniziale clima di diffidenza e di scetticismo, acquisiranno, attraverso lo svolgimento delle proprie consegne, il rispetto e la stima dei Comandi Militari.

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Inserito da EAR il 21-V-2006 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - EMANUELE ZILLI NEL RICORDO DI UN CAMERATA

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di un camerata che condivise con Emanuele Zilli l'attività politica. La sottoponiamo agli utenti di Pavia Tricolore, invitando tutti coloro che ebbero il privilegio di conoscere Emanuele Zilli a scriverci, per aiutarci a ricostruire la memoria di Emanuele e di quegli anni di grandi ideali e di aspre battaglie. Il nome esteso dell'autore è stato omesso per scelta della redazione di Pavia Tricolore, e così sarà per tutti gli altri scritti che ci perverranno, salvo differente indicazione degli autori stessi.

Mi chiamo L. F., lavoro a Vigevano come medico. Ho molto apprezzato la ricostruzione dei fatti, da voi effettuata, sulla morte del caro camerata Emanuele Zilli, che conoscevo personalmente in quanto, in quegli anni, ero responsabile del Fronte della Gioventù della mia città, coordinato a Pavia dal mitico Flavio Carretta. Il nostro era un gruppo forte e determinato, mai piegato da alcuno. Nessuno di noi ha mai creduto all'incidente, allora era normale rischiare la pelle ogni volta che si usciva di casa e non si era al sicuro neppure di notte, nelle proprie case. Ma ammazzarsi praticamente da fermo e in quel modo è quantomeno difficile.
Il ricordo più bello che ho di Emanuele è il suo sorriso aperto, quasi ingenuo, la voglia di vivere e combattere sempre al fianco dei camerati. Allora la militanza ci avvolgeva totalmente e si capiva con uno sguardo chi era pronto oppure no ad uscire dalla Federazione di Piazza della Vittoria per fare attività di propaganda, sempre e comunque rischiosa per la propria incolumità. Emanuele sorrideva e diceva subito: «Andiamo!»
La sede era, dal punto di vista logistico, una vera trappola: scalinata ripida e stretta, nessuna entrata secondaria o un cortile, si usciva direttamente tra le colonne della piazza, ma in fila indiana, mentre i comunisti si accalcavano in gruppo e in numero sempre almeno doppio rispetto al nostro.
Ricordo una sera in cui l'On. Franco Servello, accompagnato da un giovane molto determinato, vestito con un eskimo e con capelli lunghi fino alle spalle, ci aiutò a farci largo tra cinesi con le spranghe sguainate nell'unico modo possibile: con la pistola in pugno. Il giovane con Servello era Ignazio La Russa, non dimenticherò mai il suo sguardo prima della carica, gli occhi gli scintillavano come lame.
È vero, la morte di Emanuele fu archiviata in fretta anche nel Partito, il clima cambiava e il regime del doppiopetto della Destra Nazionale scaricava anche i vivi, figuriamoci i morti. Noi tutti vivevamo tra l'incudine e il martello, da una parte la sinistra e lo stato antifascista, dall'altra il Partito che scaricava ed espelleva chi era coinvolto, suo malgrado, in episodi violenza.
Io stesso fui mandato dai miei genitori, preoccupati per la mia vita, da alcuni parenti a Parigi. Dopo 48 ore mi presentavo al quartiere generale di "Ordre Nouveau", dove fui subito integrato per azioni di propaganda alla Sorbona. Eravamo fatti così!!!
Credo che la pubblicità derivante dalla vostra azione e dal libro "Cuori Neri" debba essere stimolata dall'invito, a quelli che videro o sentirono, di parlare finalmente, affinché il caso possa essere riaperto in presenza di elementi plausibili. Insomma: chi sa, deve, almeno ora, parlare!
Un caro saluto, e a presto, camerati!

L. F.


Inserito da GFA il 5-II-2006 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - 4 NOVEMBRE 1918: LA STORIA PASSA DA PAVIA

È oggi nostro dovere imprescindibile quello di ricordare coloro che per la difesa della Patria scesero in campo donando se stessi, spesso sino all'estremo sacrificio, con coraggio, forza di volontà, e, sopra ogni cosa, amore. Il 4 novembre 1918 il Comando emana il Bollettino della Vittoria. Alle ore 15:00 sono sospese le ostilità, per terra, per mare e per aria.

Pavia vive in questi giorni col fiato sospeso e con prorompente esultanza. Si anticipa, con consapevole compostezza, la grande ed attesa notizia della Vittoria e della Pace, recando pensieri ed omaggi di devoto ricordo ai Caduti. Il 2 novembre, il Comitato di Resistenza ha pubblicato un appello che dà veramente prova dello spirito e dei sentimenti del nostro popolo. «Nell'ora fatidica in cui i nostri soldati incalzano il nemico e lo respingono lontano, fuori dei confini della Patria, i nostri pensieri, mesti e soavi insieme, tornano a voi, o Morti per la Patria...» C'è un antico squillo garibaldino che fa risorgere i nostri Caduti perché rivivano nel giorno della Vittoria.
Le dimostrazioni popolari accompagnano il giungere delle notizie. I Bollettini del Comando Supremo sono letti da una folla che staziona  permanentemente in Prefettura, in Municipio, sull'angolo del Demetrio. I  supplementi dei giornali, naturalmente vanno a ruba. Dalle fabbriche, gli operai, alla notizia dell'Armistizio, improvvisano cortei acclamanti. I soldati inglesi, la sera, sui camions della loro base, circolavano cantando e strombettando, mentre esplodevano grida e cori patriottici. Diecimila persone lungo Strada Nuova e i corsi principali. Tutte le finestre illuminate, fiaccolate che si incrociavano; il campanone della Torre Civica ha suonato a distesa.
Il 4 Novembre, con il Bollettino della Vittoria, la dimostrazione della sera divenne travolgente. Mosse dalla lapide a Pasquale Massacra in Corso Garibaldi, preceduta dai Mutilati, con bande musicali, bandiere e corone da apporre ai monumenti cittadini; le finestre illuminate e gremite di donne e bambini, sventolanti bandiere con lancio di fiori. La celebrazione dell'evento avvenne al Fraschini con un messaggio dell'On. Rampoldi e discorsi di Predieri, di Giorgio Rossi, del Sindaco Lorini, del Capitano Vaccaro dei Mutilati, di Ercole Lombardi, del Segretario dell'Unione Sindacale Assirto Pacchioni. Vennero spediti telegrammi di giubilo e di esaltazione . Il Generale Diaz così rispose al Sindaco: «Nell'ora sacra ai destini d'Italia ed alla gloria delle armi nostre con riconoscenza profonda ricambio il saluto di Pavia». Il solenne "Te Deum" cui parteciparono tutte le Autorità cittadine, venne celebrato in Duomo, nel ricordo dei caduti e di promessa per la Pace. Per la prima volta il Gonfalone del Comune, scortato dai pompieri, entrò in Cattedrale. Sulla gradinata del Tempio, all'apparire del corteo dei prelati e del Vescovo, reparti militari presentarono le armi al suono della marcia reale. Officiò Mons. Ciceri che, prima del "Te Deum" pronunciò un elevato e patriottico discorso auspicando alla giustizia della Pace ed all'accordo fecondo dell'amor di patria come religione.

Nella fotografia, il Sacrario dei Caduti nella Prima Guerra Mondiale a Pavia, eretto all'interno del Cimitero Maggiore nel 1931 su disegno di Hermes Balducci.


Inserito da EAR il 4-XI-2005 - Fonte: Pavia in grigioverde
 

STORIALOCALE - SETTEMBRE 1944: MORTE DI UN PONTE

Un settembre mite, il succedersi di assolate giornate estive spezzato dalla rinfrescante pioggia dei temporali, giunti a ricordarci che l'estate è in procinto di concludersi: questo è ciò che viviamo oggi. Questo è ciò che vivevano gli abitanti della nostra città 61 anni fa, prima che l'infernale fragore di una pioggia di fuoco si sostituisse al confortante scroscio dei temporali estivi.
Lunedì 4 settembre 1944, martedì 5 settembre, martedì 12 settembre, sabato 23 settembre e martedì 26 settembre. Questa asettica successione di date forse poco suggerirà al pavese odierno. Ma è proprio in questi giorni che la Pavia più autentica, fatta di pescatori e di lavandaie, che attorno al loro ponte vivevano e lavoravano, fatta di commercianti di sale e di straccivendoli, che nei tortuosi vicoli, memori dello splendore della Pavia medievale, vendevano le proprie merci, fatta di "rastlòn", che di questi vicoli si prendevano cura rimuovendone le erbacce dall'acciottolato, scompariva per sempre.
È nostro dovere, oggi, ricordare chi tra l'inerme popolazione civile perì sotto le bombe angloamericane. Come è nostro dovere rendere giustizia a questa Pavia scomparsa, mutilata nel proprio patrimonio monumentale, svilita nel proprio patrimonio culturale. Un patrimonio culturale accantonato a favore dei nuovi modelli di successo imposti da chi quel patrimonio lo distrusse con il fuoco.
Grazie all'agile opera di Giancarlo Mainardi possiamo oggi rileggere un brandello di storia troppe volte dimenticato o travisato. Possiamo renderci conto, dati alla mano, che ciò che viene comunemente accettato come una serie di fatali incidenti di percorso, il naturale prezzo, da pagarsi in sangue, di una "liberazione", non può essere il frutto di semplici errori di valutazione.

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Inserito da GFA il 6-IX-2005 - Fonte: Giancarlo Mainardi
 

STORIALOCALE - 12 AGOSTO 1944: L'ECCIDIO DI PONTE CRENNA

Nei primi mesi del 1944 si era andato costituendo in Oltrepo un vasto movimento di ribellione, alimentato dal crescente fenomeno della renitenza alla leva, dalla diserzione di alcuni tedeschi, da ribelli cecoslovacchi, e dai cosiddetti "mongoli", cosacchi fuoriusciti dalle fila della Luftwaffe (in Oltrepo operava la 162ª divisione "Turkestan", costituita per la quasi totalità da ex prigionieri russi) nella speranza di ricevere un salvacondotto, a guerra finita, che li avrebbe salvati dalla riconsegna alle truppe staliniane, e dalla conseguente punizione. Importante era dunque per le Forze Armate repubblicane il presidio di una zona tanto strategicamente importante quanto difficile a governarsi, quale veniva a configurarsi l'Oltrepo Pavese, che, con le sue colline fitte di boschi, le sue alture ed i suoi dirupi, si trovava ad essere il contesto ideale per azioni di guerriglia, imboscate, episodi di banditismo. Furono perciò dislocate in territorio oltrepadano diverse migliaia di soldati, delle più diverse armi: Alpini della Monterosa; Marò della San Marco, acquartierati a presidio dei depositi di Voghera, Casteggio, Nivione, Rosara e Stradella; militi del 616° Comando Provinciale della GNR, della 14ª Brigata Nera "Alberto Alfieri" di Pavia, e della Legione Autonoma Mobile "Ettore Muti", oltre agli Allievi Ufficiali della GNR dei battaglioni "Lucca" e "Siena".
Alto fu il contributo di sangue di questi giovani, spesso semplici adolescenti, scesi volontariamente sul campo di battaglia per riscattare l'onore di un'Italia ferita dal vile voltafaccia dell'8 settembre. Essi si trovarono a dover fronteggiare bande armate avvezze alla guerriglia, che rifiutavano lo scontro frontale, prediligendo l'imboscata; si trovarono a dover combattere in luoghi che non conoscevano, con la pochezza delle loro armi, spesso inesperti, ma sempre pronti a donare alla Patria la propria giovinezza, fino all'ultimo respiro.
Centinaia furono i "fascisti o presunti tali" caduti sotto i colpi delle bande partigiane "Crespi Garibaldi" e "Giustizia e Libertà", che operavano in Val Staffora, morti dimenticati, spesso privati persino della giusta sepoltura. Tra questi i giovani Allievi Ufficiali del "Lucca" ed il Marò della San Marco di cui ci apprestiamo a ricordare la storia.

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Inserito da GFA il 6-IX-2005 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - IL PREFETTO LUIGI GUICCIARDI

Ricordiamo, con uno scritto dell'Avv. Augusto Vivanti, la figura di Luigi Guicciardi, già Prefetto di Pavia. A distanza di novant'anni, di questa fulgida figura di patriota altro non rimane, nella coscienza comune pavese, che il nome, legato com'è alla piazza che gli fu dedicata, accanto alla Prefettura dove svolse con solerzia ed umanità non comuni il proprio compito.
Importante è però scorgere, oltre il ruolo istituzionale che ricoprì, l'eroismo di un uomo che, noncurante della propria sicura ed agiata posizione di rilievo sociale, partì volontario e combatté sino al sacrificio estremo, solo per amor di Patria.


Tra le varie notizie rilevate dalla stampa, nel mese di giugno, una trasmessa da Sondrio: si riferiva alla domanda di arruolamento volontario presentata al Distretto di Lecco dal Dott. Luigi Guicciardi, già prefetto di Pavia. La notizia, già di per sé significativa, doveva avere, dopo pochi giorni, un drammatico ed eroico epilogo: la morte di fronte a Gorizia. Commosse tutta l'Italia e profondamente la nostra città.
Il Comm. Luigi Guicciardi, patrizio valtellinese, aveva retto per due anni la Prefettura di Pavia. Era stato studente in giurisprudenza nel nostro Ateneo, degno discendente di una famiglia di patrioti; di spirito aperto alle ispirazioni dei giovani, non poteva dimenticare, nell'esercizio della sua alta carica, di essere rappresentante di un Governo che, allora, era vincolato al trattato della Triplice Alleanza. Il suo carattere, severo e d'un pezzo, sapeva nascondere nell'adempimento del dovere i sentimenti interiori.
Frequenti erano in quegli anni in Pavia le dimostrazioni irredentistiche degli studenti. Fu in occasione della condanna del triestino Mario Sterle, reo di avere distribuito scritti mazziniani, che la gioventù universitaria insorse e, dopo un acceso comizio nell'Aula VI, si riversò in Strada Nuova formando un tumultuoso corteo che, rovesciata la bandiera italiana in segno di spregio, davanti alla Prefettura si portò al monumento di Garibaldi. Qui furono pronunciati violenti discorsi contro l'Austria, tanto incendiari da bruciare, tra gli applausi, una improvvisata bandiera giallonera.

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Inserito da EAR il 6-IX-2005 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - ANGELO BELLANI: DALLA GRANDE GUERRA ALLO SQUADRISMO

In occasione del XXIV maggio di quest'anno (ricorrenza che durante il Fascismo era celebrata come festa nazionale), novantesimo anniversario dell'entrata dell'Italia nella Grande Guerra (1915-18), sancita dalla dichiarazione di guerra all'impero Austro-Ungarico, proponiamo un testo su Angelo Bellani, per ricordare non solo lui, ma tutti i patrioti, tutti i combattenti che parteciparono alla Prima Guerra Mondiale, ed il popolo italiano, che versò il suo contributo di sangue per difendere l'Italia ed i suoi confini. Nessuna speculazione politica ci spinge a proporre questo testo, ma, più semplicemente, la volontà di divulgare fatti storici taciuti, caduti nell'oblio, se non, peggio, infamati e falsificati. Il lettore comprenderà meglio certi aspetti del testo se vorrà tener presente che si tratta di un racconto trasmesso in maniera esclusivamente orale.

Stradella, davanti al Monumento ai Caduti.
Mussolini aveva combattuto al fronte con coraggio ed era stato anche ferito. Alla fine della guerra attorno a lui si radunarono tutti i reduci, perché Mussolini era un ex combattente come loro, infatti, come loro era stato al fronte in mezzo all'inferno, sotto i bombardamenti e fra i proiettili rischiando di morire. Prima che finisse l'ultimo anno di guerra, a fine novembre, Mussolini, pregato da combattenti ed amici, in veste di direttore de "Il Popolo d'Italia", tenne una conferenza a Pavia, nel settecentesco Teatro Fraschini stracolmo di gente. Ci dovevano essere anche il nostro Angelo Bellani ed il Professor Bianchi. In pochi mesi il meglio del reducismo pavese determinò la fondazione dei Fasci di Combattimento locali. Bellani e i reduci come lui si sentivano avviliti e traditi dopo aver tremendamente sofferto in guerra. Le ho già detto che il primo Fascio della provincia fu quello di Stradella? Lo fondò Amleto Castellani, combattente stradellino, con un professore dopo l'adunata in piazza San Sepolcro a Milano. I soldati sono i figli del popolo italiano per eccellenza.

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Inserito da DDS il 24-V-2005 - Fonte: Pavia Tricolore
 

STORIALOCALE - ARTURO BIANCHI: DALLO SQUADRISMO DELLA PRIMA ORA AGLI ULTIMI GIORNI DELLA RSI, UN PROTAGONISTA DELLA STORIA PAVESE

A 60 anni dalla morte di Arturo Bianchi, fucilato all'alba del 1° maggio 1945, a seguito delle decisioni del tribunale del popolo costituito dal CLN la notte del 30 aprile 1945, assieme al Questore Angelo Musselli, all'Ufficiale BN Edoardo Baldi, al Colonnello BN Luigi Dainotti, al Vice-Federale Fausto Pivari, ed all'agente dei Servizi Segreti Giovanni Saporiti, pubblichiamo, al fine di ricordarne la poco conosciuta storia, un brano di Fabrizio Bernini, tratto dalla prefazione della ristampa di "A Noi! - Storia del Fascismo Pavese", libro scritto dal Bianchi stesso, recentemente riproposto in anastatica dall'editore Gianni Iuculano.

Arturo Bianchi, insegnante e combattente durante la Grande Guerra, reduce avvilito e insoddisfatto della dannunziana "vittoria monca", era originario di Copiano, nella campagna pavese che si fonde con quella milanese e lodigiana, a nord del capoluogo.
Dopo la sezione pavese del Fascio di Combattimento, nacque quella di Copiano, promossa dal Bianchi stesso, forte di ben 350 iscritti nell'aprile 1921, dotata di ben tre squadre d'azione che in lui ebbero il loro "deus ex machina". Di provata fede, Bianchi era tipo "fegatoso", non si "tirava indietro" e, nel tumultuoso biennio che precedette la Marcia su Roma, affrontando le squadre degli "Arditi del Popolo", i cosiddetti "bolscevichi", come venivano con disprezzo definiti i comunisti, sarà più volte malmenato e ferito anche seriamente.
A Genzone, ad esempio, il 25 maggio 1921 Bianchi fu talmente picchiato con brutalità dai comunisti, da renderlo irriconoscibile. Pochi giorni dopo, con il volto gonfio e lacerato da ecchimosi, a ricordo dell'accaduto, si fece fotografare, con cipiglio fiero e di sfida, a braccia conserte, come se volesse dire agli avversari «ecco, sono ancora qui!».

di Fabrizio Bernini.

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Inserito da EAR il 24-IV-2005 - Fonte: "A Noi - Storia del Fascismo Pavese"
 

STORIALOCALE - LA SALMA DEL DUCE ALLA CERTOSA

12 agosto 1946: la salma di Benito Mussolini è ritrovata nella Certosa, avvolta in due sacchi di tela gommata, chiusa in un baule di legno. Il trafugamento del cadavere del Duce, avvenuto alcuni mesi prima per iniziativa di nostalgici neo-fascisti, appartiene ad una cronaca falsata dagli interessi e dal malcostume dei partiti politici di allora. A farne le spese sono i monaci francescani padre Parini e padre Zucca, i quali non hanno avuto alcun ruolo nelle operazioni di trafugamento, accettando a fatto compiuto di diventare i custodi di quei miseri resti per dare loro una nuova e legale sepoltura. La stampa chiama in causa anche i padri della Certosa accusandoli di aver occultato nel monastero il cadavere del Duce: la notizia del ritrovamento si sparge per Pavia immediatamente, suscitando sorpresa e vivace interesse (ma anche incredulità) presso la popolazione. La scomparsa della salma di Mussolini aveva provocato, tempo addietro, una giustificata impressione, gradatamente attenuatasi per le inconcludenti indagini condotte. Ora, improvvisamente, la notizia riaccende nei cuori la curiosità e il desiderio di conoscere l'odissea dei resti del Duce.
Questa è la ricostruzione degli avvenimenti data da padre Lamberto Heldens, all'epoca priore del monastero: «alle 13:30 di quel giorno entrò nella Certosa una macchina con a bordo padre Alberto Parini, che consegnò al priore un baule svelandogli che conteneva la salma del Duce. Inoltre il frate gli mostrò una lettera firmata dal Questore di Milano, nella quale si consentiva che il corpo avesse una sepoltura cristiana in un luogo a tutti ignorato e si autorizzava padre Parini a depositarla provvisoriamente alla Certosa, da dove qualcuno della questura milanese l'avrebbe rilevata in serata. Sentendosi legalmente autorizzato, padre Lamberto acconsentì alla richiesta avanzatagli e fece portare il baule in una cella del parlatorio. Alle 19:45 tornò al monastero padre Parini accompagnato dal questore di Milano e da un medico: il funzionario chiese se fosse possibile far seppellire la salma nel cimitero dei monaci ma il priore rispose che era un privilegio riservato ai soli Certosini. A quel punto decisero che era meglio portar via il baule: lo caricarono sulla macchina al posto del sedile posteriore e partirono». Questo dimostra che il cadavere di Mussolini non fu ritrovato nella Certosa come asserivano i giornali dell'epoca, ma più semplicemente vi rimase per circa sei ore.


Inserito da EAR il 13-IV-2005 - Fonte: Certosa di Pavia
 

STORIALOCALE - GLI INTRIGHI DELL'OVRA A PAVIA - DALL'ARRESTO DI KARL HOFMAIER, AGENTE DEL KOMINTERN, AL CASO VECCHI

Nacque sull'asse Pavia-Milano l'OVRA, la temuta e famigerata polizia politica fascista. Nell'estate del '27, di fronte ai segnali di riorganizzazione del Partito Comunista, l'ispettore generale Francesco Nudi venne spedito in Lombardia dal suo superiore, Arturo Bocchini. E Nudi cominciò a gettare le fondamenta dei servizi segreti del Regime proprio facendo la spola fra Pavia, dove si stabilì per alcuni mesi, e la metropoli. Pavia, in quel periodo e almeno sino alla fine degli anni Venti, fu teatro di intrighi e di casi clamorosi: qui, ad esempio, venne preparata la trappola che porto all'arresto di "Max", alias Karl Hofmaier, rappresentante dell'Internazionale Comunista nel PCd'I.
La scelta di Nudi fu tutt'altro che casuale. Perché a Roma, in quella estate del '27, erano arrivati segnali precisi sui tentativi di riorganizzazione del Partito Comunista nella zona di Pavia, e non solo. Ne fa cenno piuttosto diffusamente lo storico Romano Canosa in "I servizi segreti del Duce" (Mondadori, 2001). Il superpoliziotto venne spedito con urgenza sul posto da Bocchini, per le necessarie contromisure. La situazione della provincia di Pavia era ritenuta la più preoccupante della Lombardia, insieme a quelle di Bergamo e Milano. L'ispettore generale non perse tempo. La sua prima mossa fu quella di "infiltrare" propri fiduciari nel partito, in modo da essere informato sull'identità dei suoi dirigenti e sulle strategie di lotta al Regime.
Il 5 ottobre, in una lettera scritta da Pavia, Nudi faceva il punto sulla situazione con il suo superiore: spiegava che non c'era da fare molto assegnamento sulla «cooperazione del Violino», un nuovo fiduciario, e che rea quindi preferibile «tener buono» quello vecchio, anche se le sue mansioni lo tenevano ancora lontano «dai veri gangli vitali della organizzazione comunista». Un fiduciario volenteroso, ma avido di denaro. Meglio accontentarlo, scriveva Nudi, raddoppiandogli lo stipendio, piuttosto che rischiare di perderlo. L'ispettore sollecitava aumenti anche al funzionario e all'autista che lo assistevano. In compenso, bacchettava i poliziotti locali, chiedendo al ministero che gliene assegnasse due «intelligenti e capaci», visto che «a Pavia non ve n'erano e che non conveniva rivolgersi a Milano».
A metà ottobre, la nascente OVRA infliggeva un duro colpo ai comunisti, con l'arresto di "Max", pseudonimo di Karl Hofmaier, rappresentante del Komintern nel partito italiano. Max era arrivato a Milano dalla Svizzera, e da qui si era spostato a Pavia - dove la sua presenza non era sfuggita a Nudi e ai suoi collaboratori -, Torino, Genova e Quarto. Gli agenti fascisti non lo avevano mai perso di vista, bloccandolo mentre si accingeva a tornare in Svizzera. La cattura di Max era un'altra mazzata per il PC. Nudi aveva lavorato bene. Le sue spie anche.
Ma alla fine di quel 1927, che doveva segnare la nascita "de facto" dell'OVRA, Arturo Bocchini in un appunto destinato al Duce, faceva una descrizione allarmante della penetrazione e dell'influenza della propaganda comunista nei vari settori della vita nazionale, non escluse le Forze Armate, citando uno scritto apparso il 9 luglio sulla "Pravda", nel quale l'organo del partito comunista sovietico sosteneva che i compagni italiani, malgrado le grandi difficoltà incontrate, erano sulla strada per giungere ad avere una «influenza decisiva» sulla classe operaia, specie in Italia settentrionale. La realtà, però, era ben diversa. I colpi di maglio inferti dalla polizia avevano stroncato nella culla i tentativi di riorganizzazione del partito. E nel 1930 gli agenti di Nudi e Bocchini mettevano a segno il proprio capolavoro, con la maxi-retata che portava all'arresto di dirigenti di primo piano del PCd'I, fra i quali Camilla Ravera. Incastrati dalla "soffiata" di Eros Vecchi, il fiduciario "Leo" dell'OVRA. Il 10 luglio Vecchi aveva dato appuntamento alla Ravera ad Arona: ma al suo posto si era presentato un nugolo di poliziotti. Pavia fa capolino anche in questa vicenda, perché qui Vecchi teneva un fermo posta che gli serviva con ogni probabilità per la corrispondenza segreta con Bocchini e Nudi.
A Parigi, poco più tardi, i comunisti italiani cercarono di regolare i conti con lui. Lo attirarono in una villetta e gli spararono. Ad aprire il fuoco, secondo le rivelazioni di Pietro Secchia, fu il tortonese Carlo Codevilla, fuoriuscito a Mosca e agente dei servizi segreti sovietici. Ma Vecchi rimase ferito solo di striscio e, ripresosi, riuscì a scappare.

di Roberto Lodigiani.

Nella foto, a destra, Guido Leto, ultimo capo dell'OVRA.


Inserito da GFA il 31-X-2004 - Fonte: La Provincia Pavese
 

STORIALOCALE - PUGNO DURO DEL TRIBUNALE SPECIALE: NOVANT'ANNI AI COMUNISTI PAVESI

Un anno nero, il 1927, per i comunisti pavesi. Mentre l'OVRA tesse le sue trame, il 10 maggio una retata porta all'arresto di quaranta militanti del partito, o presunti tali. [...]
In marzo erano già finiti in carcere l'avvocato Claudio Coralli, socialista casteggiano, e il popolare Franco Berra, ex-direttore del "Ticino".
Le indagini dei carabinieri e della Milizia «avevano consentito di accertare - scrive Clemente Ferrario in "Le origini del PCI nel Pavese" - che i "corrieri" del partito facevano capo all'osteria "La Battella" di Travacò e alla "Frigirola", un locale di Pavia, e che la casa di Broni di Pietro Malgaroli (padre di Romeo, segretario provinciale della federazione, e di Calvino, altro militante) è un importante centro di smistamento del materiale propagandistico sovversivo».
L'ondata di arresti rientra in una più ampia operazione diretta contro altre federazioni lombarde e, soprattutto, l'ufficio regionale del PCd'I e la direzione (clandestina) della CGL. La mattina del 6 luglio 1928, si apre il dibattimento contro i comunisti pavesi davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Nella gabbia degli imputati, Romeo Malgaroli e gli altri riabbracciano Paolo Betti, il dirigente condannato il giorno prima a dodici anni di reclusione per il processo a carico dei comunisti bresciani. Ora Betti deve rispondere anche dell'attività cospirativa svolta a Pavia. Le accuse sono ricostituzione clandestina del Partito Comunista, propaganda sovversiva, cospirazione contro lo Stato. «La sentenza - scrive ancora Ferrario - assolve sette imputati e distribuisce tra gli altri pesanti condanne. Complessivamente, il Tribunale Speciale infligge novanta anni di carcere, otto dei quali a Malgaroli, cui si aggiungono le misure di sicurezza da scontare a fine pena».


Inserito da GFA il 31-X-2004 - Fonte: La Provincia Pavese