NOTIZIEPAVIA - I RICORDI PAVESI DI UN "IRRIDUCIBILE FAZIOSO" - 50 ANNI DI POLITICA ITALIANA (E TANTI ANEDDOTI) NEL LIBRO DELL'ONOREVOLE TOMASO STAITI DI CUDDIA

Pubblichiamo l'intervista concessa a "La Provincia Pavese" da Tomaso Staiti di Cuddia, a Pavia la sera di martedì 30 maggio per presentare, assieme a Giovanni Bottazzi, il suo ultimo libro.

Dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale, dalle piazze a Palazzo Chigi: la destra italiana prima e dopo lo "sdoganamento". L'ha raccontata Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse nel libro "Confessione di un fazioso" (Mursia, pagg. 264, 16 Euro), autobiografia politica di un uomo di destra protagonista di cinquant'anni di politica italiana. Dal dopoguerra agli Anni di Piombo, dalla Prima Repubblica alla Seconda, Staiti racconta retroscena inediti delle lotte politiche della destra italiana, vizi e virtù dei politici passati, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini, senza "esclusione di colpi" per Rauti, La Russa, Alessandra Mussolini, Alemanno, passando per Berlusconi, castiga un'intera classe politica rea di aver trasformato la politica "delle idee e dei valori" nella politica "fatta dai giullari dello strapotere economico".
Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, nato a Vercelli nel 1932, si è laureato in Scienze Geologiche a Pavia. Si è iscritto al MSI nel 1949 e vi ha militato sino al 1991, ricoprendo la carica di Segretario Provinciale di Pavia (1960-66) e di Milano (1978-81). Ha fatto parte della Segreteria con Almirante prima e con Rauti poi, per cui è stato responsabile del settore Esteri. Nel 1991 è uscito dal partito in polemica con Fini e nel 1995 ha partecipato alla fondazione del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, dal quale è stato espulso nel 1997 per decisione di Rauti. Attualmente è direttore del periodico "Intervento".
On. Staiti, perché si definisce un "fazioso"?
Perché ritengo di esserlo, nel senso che non amo il moderatismo, quel luogo geometrico in cui si incontrano falsità, paure e qualunquismo di chi resta dietro le finestre e lascia che il lavoro sporco lo facciano gli altri, mentre loro aspettano nei loro salotti di sapere chi ha vinto. Sono stato definito fazioso perché fascista. Sono fazioso in questo senso, e me ne faccio una medaglia, è giusto che venga riconosciuto. Ha una valenza autoironica e provocatoria.
Cosa ricorda degli anni pavesi?
Quando sono venuto a Pavia, nel 1950, era una città formidabile, in cui vivevano cinque-seimila studenti. Venivano da tutta Italia. Pavia viveva con gli studenti, per gli studenti, sugli studenti. I pavesi li guardavano con distacco, ma chi la faceva da padrone erano loro. Era un'Italia diversa, diversi i costumi e la morale. Pavia era trasgressiva: non nel senso che accadevano cose straordinarie e bizzarre tutti i giorni. Gli studenti facevano passare il tempo con passeggiate notturne lungo corso Cavour. Indugiare nei bar fino a ore tarde, i matinée al Corsino. Si faceva la corte alle ragazze nelle sale da ballo: loro sedute ai tavolini, il gioco di sguardi, la timidezza. Finalmente si prendeva il coraggio per invitarle a ballare e rispondevano sempre no, ma faceva parte del gioco. Ricordo Don Mario Barreto che suonava, i nervetti alle cipolle al Notturno, San Michele avvolto nella nebbia, il Borgo, le osterie. Era la mia gioventù, la ricordo con piacere.
E la politica?
Ho vissuto le battaglie universitarie a Pavia, c'erano personaggi notevoli che hanno fatto strada: Paolino Ungari, Pannella, che non viveva lì, ma veniva spesso. Gerardo Mombelli, Virginio Rognoni e La Malfa, che noi chiamavamo "il figlio di Dio". C'erano l'ASUP, l'Intesa, il FUAN, ma le battaglie non erano come poi negli anni '70. C'erano le scazzottate sane, a mani nude, senza la cattiveria e le efferatezze degli anni successivi. Anche allora, pur essendo vicini alla Guerra Mondiale e alla Guerra Civile, il 25 aprile non era accettato da tutti e ogni volta tentavamo di giocare una beffa per dire che c'era una parte che non si adeguava. Una volta abbiamo montato un marchingegno che a un certo punto del corteo si è messo a trasmettere "Giovinezza" con gli altoparlanti. Un'altra, dopo che la polizia aveva riferito che tutto era tranquillo, il Questore ha alzato la testa e ha visto il nostro gagliardetto nero con il teschio sopra la Questura.
Come trova Pavia ora? Cambiata?
Cambiata... sempre un po' calma e sonnolenta. I pavesi sono restii a prendere una posizione, a scaldarsi più di tanto: erano quelli di fuori a movimentare i dibattiti. Quando sono venuto a presentare il libro ho avuto la soddisfazione di incontrare qualche ex di Lotta Continua. Ci siamo salutati con cordialità perché questo passato appartiene a tutti quanti noi, ma non a coloro che stavano alla finestra. Tra chi ha lottato, anche se tutto è cambiato, se le motivazioni sono superate, ci si riconosce la qualità di combattenti.
Quali sono i valori della destra in cui più si riconosce?
Faccio fatica a comprendere le definizioni di destra e sinistra. Quando ho scelto da che parte stare mi sentivo fascista: avevamo perso la guerra ma non ci ritenevamo sconfitti. Mi riconosco nell'onore, nella fedeltà, nel rispetto per la parola data. Credere che oltre alla famiglia ce n'è una allargata, il popolo italiano, la Patria. Noi abbiamo pensato fino alla fine degli anni '70 che la sconfitta si poteva rimediare, ma poi la drammaticità del solco scavato è venuta fuori in tutta la sua grandezza. Oggi è necessaria una classe dirigente giovanile che pensi simultaneamente a destra e sinistra: il nemico principale è il libero mercato, la globalizzazione economica, l'impero americano di cui ci ostiniamo a voler essere provincia periferica. Chi avrà il coraggio di esplorare questa terra di nessuno con capacità di sintesi troverà delle sorprese, non possiamo farlo noi, che abbiamo un marchio e una storia alle spalle. Se no vince il libero mercato, l'omologazione culturale in cui da Londra a Singapore si mangia la stessa cosa e ci si veste uguali, questa finta democrazia in cui viviamo che deve essere necessariamente esportata con le armi perché è "politicamente corretto". Questa "melassa mondiale" non può essere la risposta ai problemi attuali.
Perché un lettore, a qualunque parte politica appartenga, dovrebbe leggere il suo libro?
Perché troverà spunti per ricostruire cinquant'anni. Non è la verità assoluta: troverà sentimenti, ricordi, ansie, aspirazioni per tornare ad essere più candido. Per scoprire com'eravamo e come siamo diventati, i legami di odio e amore che fanno muovere l'uomo, raccontati senza doveri di appartenenza, liberi da pregiudizi: ci sono i personaggi per come li ho conosciuti io.

Nella fotografia, un momento del convegno organizzato a Pavia dal FUAN il 27 gennaio 1963. Al microfono Franco Petronio, allora Presidente Nazionale del FUAN; accanto a lui, in qualità di Vicepresidenti Nazionali, Tomaso Staiti di Cuddia e Lello Della Bona.


Inserito da GFA il 13-VI-2006 - Fonte: La Provincia Pavese