STORIALOCALE - IL SERVIZIO AUSILIARIO FEMMINILE A PAVIA

Molto spesso, in numerose opere librarie ed in numerose conferenze, si è parlato del ruolo della donna nel Ventennio Fascista attingendo unicamente allo stereotipo del "custode del focolare domestico". Tale premessa, tuttavia, non trova riscontro: una più approfondita ricerca su ciò che la donna effettivamente rappresentò in quel periodo non può prescindere dal menzionare le molte importanti figure femminili che con il proprio prezioso lavoro contribuirono alle svariate realtà associazionistiche del tempo, ed addirittura ad enti statali quale l'ONB, per non parlare del ruolo di rilievo da esse rappresentato nella società civile e nel mondo dell'arte e della cultura.
L'esempio più eclatante, che non manca, ancora oggi, di suscitare ammirato stupore, lo troviamo però nel temperamento di coloro che dopo l'8 settembre 1943, quando tutto ormai sembrava perso con il tradimento del Governo Badoglio, non accettarono la resa. Un'intera generazione di giovani donne era pronta a riscattare la viltà, in nome della Patria. Giovani fanciulle, mogli e madri, unite nel dare il proprio contributo, se non addirittura la propria vita, per i valori in cui credevano. Così, tra le immani sofferenze che avrebbero potuto patire in guerra e le fatiche connesse al proprio ruolo sociale, certo non meno degne, ma indubbiamente più rassicuranti, s'impose il coraggio della scelta. A Milano, circa 600 giovani donne si radunarono chiedendo l'arruolamento, e così fecero in tutto il nord Italia, sollecitando con la propria presa di posizione l'istituzione di gruppi femminili nell'ambito delle Forze Armate nella appena costituitasi Repubblica Sociale Italiana. Con il Decreto Legislativo del 18 aprile 1944 n°447, fu sancita la nascita del Servizio Ausiliario Femminile (SAF). L'apporto dei reparti femminili, pur non essendo destinato all'assolvimento di compiti specificamente bellici, godette da subito della più alta considerazione da parte di Mussolini e del Segretario del Partito Pavolini, che lo definirà come «una delle istituzioni più serie e utili» fra quelle esistenti. Accolte da un iniziale clima di diffidenza e di scetticismo, acquisiranno, attraverso lo svolgimento delle proprie consegne, il rispetto e la stima dei Comandi Militari. Così le descrive l'articolo "Coscienza delle nostre donne", apparso sul numero unico "Donne d'Italia", del 1944, firmato da Luigi Barbieri: «È uno spettacolo nuovo al quale non eravamo abituati. Le avevamo già viste le nostre donne in divisa, è vero; ma solo come sorelle di carità nell'ampio abito blu delle crocerossine, con in fronte, sul bianco del velo, la rossa croce della misericordia. Le abbiamo viste di sfuggita qualche volta nelle retrovie del fronte, quando i feriti venivano caricati sui treni ospedali ed esse erano le prime a dar loro un po' di serenità sorridendo. Perché il sorriso di una donna può anche non far sentire il martirio della carne lacerata. Poi le abbiamo viste, silenziose, mai ferme, instancabili, andare e venire senza sosta nelle bianche corsie degli ospedali. Le abbiamo viste correre al letto di un ferito gemente ed accarezzarne il viso, così spesso imberbe, contratto dal dolore. Una carezza materna che allontanava il martirio. Le abbiamo tante volte viste asciugare furtivamente una lacrima per la morte di un soldato affidato alle loro cure, e ritornare poi, virilmente forti, a riprendere l'opera dopo l'attimo di sconforto. Erano donne d'una indubbia nobiltà di sangue e di cuore che, lasciate le luccicanti tolette di gala, avevano indossato l'abito severo delle crocerossine. Ma, pur vivendo tra i soldati ed operando per questi, nulla esse avevano di militare. Erano le immagini viventi di una pietà profondamente femminile, pietà di madri, di sorelle tutta intesa ad alleviare le sofferenze dei figli e di fratelli sconosciuti. Ed esse continuano ancora la loro opera. Le infermiere volontarie di Croce Rossa sono rimaste al loro posto di sacrificio, a servire in umiltà i figli più martoriati della Grande Madre. Ed oggi, accanto a loro, si sono poste tante altre donne italiane. Sono in maggioranza donne del popolo; fanciulle cresciute nello spirito del Fascismo, che non hanno saputo sopportare inattive l'onta dell'8 settembre. Ed hanno chiesto di arruolarsi, di impugnare loro quelle armi gettate e rifiutate dai vigliacchi. Il gesto di queste donne e il successivo decreto del Governo Repubblicano di istituire un corpo ausiliario femminile, ha fatto storcere il naso e gridare allo scandalo i soliti catoni da caffè. "Come, le nostre donne tra i soldati? È uno scandalo autorizzato dal Governo; è immorale, è anticristiano, antisociale". Poi, ancora: "Questo Fascismo che ha sempre predicato di proteggere la famiglia, ora spinge queste donne fuori della casa, le manda al fronte. E questo dopo aver gridato ai quattro venti l'inumanità del bolscevismo che ha fatto altrettanto". Parole che lasciano naturalmente, fra di noi, il tempo che trovano. Perché sappiamo chiaramente qual è l'altissimo compito del Servizio Ausiliario Femminile. Troppi uomini hanno disertato e vegetano invigliacchiti nei caffè. E queste donne, superbamente italiane, li sostituiscono. Non però nel combattimento, che sarebbe come ripudiare la femminilità, ma in quelle mansioni che sono prettamente femminili. Esse saranno le infermiere, saranno le cuoche, saranno le sarte, saranno le scrivane dei nostri soldati che combattono. Saranno in una parola le mamme, vigili e attente, che cureranno i loro figlioli. Saranno le buone spose che faranno trovare al combattente, di ritorno da un'azione, una buona minestra calda, la pratica già sbrigata per il sussidio ai vecchi genitori, le bende pronte per medicare la ferita. Ma, se il destino lo vorrà, queste donne, che nulla han perso della loro femminilità perché han continuato a fare le donne in ogni momento della loro giornata, se il destino lo vorrà, esse sapranno però anche imbracciare il fucile. Lo imbracceranno per difendere il corpo del proprio uomo caduto, per difendere la loro casa minacciata, per difendere il bambino ignaro. Le donne di Firenze insegnano. Ed i catoni da caffè ricordino che questi non sono atti di sanguinarie, di femmine che hanno perduto ogni virtù di gentilezza di sesso, ma gesti di eroine che vedono la loro casa crollare, il loro focolare distrutto, i loro bambini uccisi. È l'istinto più forte di conservazione che spinge queste donne a difendere, con una forza sorta all'improvviso dal più profondo della loro femminilità, quello che esse han creato soffrendo. Guardiamo quindi queste nostre ragazze del Servizio Ausiliario Femminile con orgoglio; in esse ritroviamo l'antica virtù rinata, l'antico amore di Patria di cui furono animate le donne di Sparta e di Roma, le donne guerriere del nostro Risorgimento. Al di sopra della famiglia, ne esiste un'altra, più grande; una famiglia che si chiama Italia ed alla quale tutto bisogna dare, perché non sia smembrata, perché viva ancora, forte e rispettata. Migliaia di nostre donne hanno capito questo: sono giovinette, donne mature, mamme anche, che sanno, che sentono come solo sanno sentire le donne, che solo così operando, i loro uomini, i loro figli potranno domani essere fieri di dire: "Io sono italiano"».
A Pavia, il SAF venne costituito nell'aprile del 1944. Come Comandante Provinciale, venne scelta Renata Dragin, per diretto intervento della Comandante Generale Piera Gatteschi. Nativa di Trieste, giornalista di professione, Renata Dragin, nel corso della sua vita, dimostrò sempre la sua alta fedeltà alla Patria, un legame che iniziò presto, appena più che bambina, quando alle lezioni di scuola preferiva recarsi alla Galleria di Milano per raccogliere fondi da inviare ai soldati al fronte o ai profughi di Caporetto. Riuscì a partecipare tra mille insidie all'impresa di Fiume e, successivamente, alla Marcia su Roma, distinguendosi per la propria spiccata personalità e per la propria audacia, doti non comuni. La Repubblica Sociale la vide tra le primissime volontarie: dopo il perfezionamento a Venezia, al corso "Roma", venne designata a Pavia, dove rimase, svolgendo il compito che le fu assegnato, sino alla tragica conclusione della guerra, quando, catturata dai partigiani, fu caricata su un camion e portata in giro per la città in segno di dispregio. Nonostante le intemperanze subite, il comportamento della Dragin risultò sempre consono al suo rango, tanto da meritarsi dal nemico l'appellativo di "miglior ufficiale della RSI". Breve e ben magra consolazione, che terminò con la sua incarcerazione e con il relativo processo. Il 24 gennaio 1946 fu processata dalla CAS di Pavia, presieduta dal Cav. Uff. Dottor Dante Maccone, con l'accusa di collaborazionismo col tedesco invasore, quale Comandante del Corpo Ausiliarie di Pavia dal 27 novembre 1944 al 26 aprile 1945. Merita menzione, tra le altre cose, il concitato scambio di battute che si svolse durante il dibattimento: «In carcere, dopo la liberazione, avete cantato canzoni fasciste!» - «Sì, abbiamo cantato tutte le canzoni, anche d'amore, per passare il tempo!» - «Avete anche detto che i partigiani sarebbero ignoranti a liberarci, perché faremmo di nuovo rinascere il Fascismo!» - «No! Per me Fascismo non voleva dire "f a z i o n e", significava amare l'Italia! Ho detto che se uscissi mi iscriverei a quel partito che salvasse l'Italia». Il difensore, l'Avvocato Pelli, ebbe a dire: «Il pubblico che urla e che vorrebbe veder condannata la Dragin è lo stesso che andava ad applaudire i discorsi di Mussolini!». La sentenza fu di assoluzione perché «il fatto attribuitole non costituisce reato», ma... nel dispositivo di sentenza, firmata dal presidente Maccone, si legge: «L'imputata era ed è tutt'ora una convinta fervente fascista (nell'agosto scorso in carcere si era messa a cantare in coro con altre detenute un inno fascista). Il Servizio Ausiliario Femminile, sorto in questa provincia nel secondo semestre 1944 ed esercitato da una cinquantina di ausiliarie, non aveva compiti di carattere politico e neppure di carattere in senso stretto militare. Le addette a questo servizio pur vestendo una divisa, pur essendo inquadrate come un reparto militare, pur essendo soggette alla disciplina e alla legge militare non erano armate (come non fu mai vista armata l'imputata) ed avevano il compito di ausilio alle Forze Armate in quei servizi che erano più confacenti all'indole femminile: servizio ospitaliero, assistenza ai posti di ristoro, servizio di cucina, lavanderia, riparazione vestiario, conforto morale alle truppe di transito, ecc. Come si vede, esula da questi compiti ogni carattere politico, onde la carica di Comandante Provinciale ricoperta dalla Dragin non può essere assolutamente equiparata a quella di un Commissario Federale come pare si sia voluto dalla Pubblica Accusa per far valere la presunzione di collaborazionismo. Si deve quindi concludere che il fatto attribuitole non costituisce reato. Il proscioglimento della imputata non consiglia però la immediata scarcerazione, anche se non si voglia tenere il conto del pericolo che codesta donna scarcerata correrebbe di fronte all'ostilità dell'ambiente locale (e di cui si è avuta una rumorosa manifestazione da parte del pubblico all'odierno dibattimento), sta di fatto che costei è ancora una convinta fascista, forse anche un po' esaltata, onde non è da escludersi la possibilità sia essa persona oggi socialmente pericolosa e come tale passibile di uno di quei provvedimenti di sicurezza che la legge demanda, insieme al giudizio sulla pericolosità sociale, alla competenza di una commissione speciale».
Il contributo pagato, con il sangue versato e con le violenze subite, dalle Ausiliarie, in proporzione ai propri effettivi, risulta il più alto di tutta la Repubblica Sociale: l'Albo d'Onore del SAF riporta decine e decine di citazioni ed encomi, promozioni per merito, Croci di Guerra. Su tutte, la Medaglia d'Oro di Franca Barbier, fucilata a soli 21 anni dall'odio partigiano: «Catturata dai partigiani manteneva un contegno deciso, rifiutando di entrare a far parte della banda e riaffermando la sua intransigente fedeltà all'Idea. Condannata dal tribunale dei fuorilegge, le fu promessa la vita se avesse rinunziato ai principii suoi. Rimasta ferma nella sua fede e portata davanti al plotone di esecuzione, ebbe la forza di gridare "Viva l'Italia! Viva il Duce!" ordinando il fuoco. Di fronte al suo coraggio i fuorilegge non ebbero la forza di eseguire l'ordine, fu uccisa dal capo con un colpo alla nuca. Fulgido esempio di volontaria, la sua morte è fonte di luce». Tre proposte di Medaglia d'Argento per Angelina Milazzo, ventiduenne (mitragliata ed uccisa a Garbagnate da un caccia nemico, mentre con il proprio corpo fa scudo ad una gestante già ferita), Silvia Polettini (mitragliata a morte durante il bombardamento su Rovigo del 21 gennaio 1945, mentre presta soccorso a militari italiani e tedeschi feriti), Nella Ruina (per l'esemplare sprezzo del pericolo dimostrato, mentre infierisce il bombardamento su Brescia del 2 marzo 1945, nel salvataggio di dieci persone sepolte dalle macerie). Anche nella provincia di Pavia troviamo un triste elenco di giovani vite spezzate: Rosa Fioravanti, Angela Maria, Mariuccia Cassola, Gea Ratti, Laura Giolo, Collaini Bruna, Barbara Forlani, Libera Tortelli, Giovanna Schievenin, Mariuccia Vercesi, Elsa Cristofori, Anna Forni, tutte uccise per l'intensità del proprio amore per la Patria e per l'Idea.
A più di sessant'anni di distanza, preserviamo purtroppo solo frammentarie testimonianze del coraggio e dell'abnegazione di quelle grandi donne che conobbero l'estremo sacrificio elevando l'amore per l'Idea al pari della propria esistenza, atti di coraggio e di disperazione che solo le donne conoscono appieno. Angeli caduti nell'oblio, ma intatti nella loro purezza, essenziali in questa società in cui la donna viene sopraffatta dai falsi miti del dio-denaro, dalla comodità e dell'edonismo materialista. Oggi come ieri, è nella donna, nell'alma e nobile sua propensione al sacrificio ed all'amore, l'unico e fondamentale fulcro per risollevare questo mondo dalle rovine. Questi sono gli esempi che sogniamo e che la nostra Italia attende.

 

Sopra, da sinistra: la messa in occasione del giuramento, Pavia, 14 novembre 1944; Ausiliarie in parata per le vie del centro di Pavia.

 

Sopra, da sinistra: momenti di svago presso il Convento delle Canossiane; foto di gruppo di Ausiliarie pavesi.

Tra le numerose fonti utilizzate, si ringraziano l'Associazione Culturale SAF, Velia Mirri (Nuovo Fronte) e Vasco Nannini ("Lotte e sangue della Repubblica Sociale Italiana nell'Oltrepo Pavese").


Inserito da EAR il 21-V-2006 - Fonte: Pavia Tricolore