NOTIZIEPAVIA - ROM: UN CASO ANCORA APERTO

«Si è sentito dire, non soltanto dei rom ma dei romeni, che sono il male di cui avere paura. Ma non bisogna avere paura, bisogna farli integrare nel rispetto della legge e far avere loro la cittadinanza. Bisogna modificare una legge troppo restrittiva, bisogna aprire canali nuovi di accesso per tanti ragazzi e tanti giovani». Queste sono state le parole del Presidente della Repubblica pochi giorni dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani a Roma. Se la legge fosse davvero così restrittiva, come dice il Sig. Napolitano, il "caso rom", in Italia, non sarebbe mai scoppiato. Ci spieghi, il Sig. Napolitano, come si può parlare di restrittivismo quando viene applicato un trattato, quello di Schengen, che consente la libera circolazione a chiunque faccia parte dell'Unione Europea su tutto il suo territorio. Ce lo spieghi, il Sig. Napolitano, come si può parlare di aiuti all'integrazione, quando si ha a che fare con persone non integrabili, in quanto totalmente disinteressate all'integrazione: il degrado in cui versano, e sono i fatti a parlare, le zone interessate da insediamenti rom - degrado figlio dello stile di vita da essi volontariamente scelto e non di chissà quale situazione di discriminazione ed emarginazione - è di fatto inaccettabile per una società che si vorrebbe civile. Non si tratta di razzismo - accusa che ci viene mossa fin troppo spesso: un ottimo alibi per chi, schiavo del proprio buonismo, rigetta a priori il contraddittorio con chi, come noi, non esita a chiamare i problemi con il loro nome, accettando il rischio di prendere posizioni scomode o impopolari - o di facile demagogia, ma di una piaga sociale che i politici hanno volontariamente ignorato fino ad oggi.
La delinquenza rom è per l'Italia del Nord quello che la mafia e la camorra sono per l'Italia del Sud. I meccanismi di fondo sono uguali: controllo del territorio, spartizione, intimidazione, struttura gerarchica. Quello che cambia sono le pene: finire qualche giorno in cella per un furto per loro fa parte del gioco. Diverso sarebbe se i rom venissero accusati di associazione a delinquere, perché a questo tipo di accuse non sarebbero preparati.
E nel pavese? La situazione qui da noi non è poi così diversa dal resto della Nazione. Sono ancora nitidi i ricordi delle lunghe notti passate alla Gandina di Pieve, ci hanno vomitato addosso di tutto, ma la nostra tenacia ci ha portati alla vittoria. La vittoria di una battaglia, la risoluzione di una, solo una, delle tante situazioni di degrado, di insicurezza, di prevaricazione che i cittadini italiani sono oggi costretti a subire ogni giorno. La vittoria vera, ne eravamo consci sin dal primo giorno di mobilitazione, quella resta ancora molto lontana. Se è vero che oggi Pavia non è più costretta a vivere uno scempio come l'area-ghetto dell'ex-SNIA, se è vero che oggi il piccolo borgo della Gandina non è più costretto a fare i conti con un corpo estraneo come la folta comunità rom imposta alla comunità locale dal Prefetto, è altrettanto vero che, altrove nella provincia, continuano a verificarsi, nel più assordante silenzio da parte delle istituzioni e degli organi di informazione, episodi che hanno dell'inquietante, quando non dell'assurdo. Il problema, dunque, non è risolto: è solo spostato.
Ed è così che una città come Pavia, l'inverno scorso, è stata costretta a non intraprendere alcuna iniziativa a favore dei senza tetto in occasione della cosiddetta "emergenza freddo": le strutture comunali abitualmente utilizzate come dormitori sono tutt'ora occupate abusivamente da rom, ed utilizzate come deposito di merci "recuperate" un po' ovunque, e, pare, come sede per un giro di prostituzione. Ed è così che la località Fossarmato, sempre in Comune di Pavia, si vede privata di un edificio di proprietà pubblica ed abitualmente destinato ad attività sociali, anch'esso occupato da rom.
Proprio in questo assordante silenzio, lo stesso dietro il quale si nascondono istituzioni incapaci di fronteggiare l'emergenza, ormai giunte alla resa incondizionata per inettitudine e cecità ideologica, ogni giorno prendono forma decine di storie di ordinaria ingiustizia, come quella che ha coinvolto un cittadino di Mortara: Alex gestisce un'attività che prevede anche la possibilità per il cliente di trasferire denaro verso l'estero. Un giorno entrano in negozio due rom con la scusa di dover inviare un'ingente somma di denaro verso la Romania, ed Alex si appresta ad effettuare l'operazione. Con un semplice raggiro, i due rom riescono nell'intento di derubare il povero Alex della somma di 800 Euro. Alex si reca allora al Comando dei Carabinieri per la consueta denuncia, non tanto nella speranza di recuperare la somma perduta, ma perché necessaria a fini assicurativi. Al Comando si rifiutano di stilare il rapporto: per loro non è stato commesso alcun reato, si tratta di una semplice leggerezza commessa dallo stesso Alex. Il quale, non trovando nelle forze dell'ordine la tutela cui avrebbe diritto, pensa bene di tutelarsi da solo, affiggendo un cartello alla vetrina del proprio negozio, un cartello che vieta l'ingresso a rom e romeni. Alex compie però un "imperdonabile sbaglio": accanto alla scritta, forse per ribadire la categoricità del messaggio, affigge le immagini del Duce e del Führer. Cosa che, degno epilogo di una vicenda che ha del grottesco, gli costa una denuncia e decine di divise blu che irrompono nei suoi locali.
Lungi da noi l'approvazione per il suo gesto, che non possiamo che giudicare fuori luogo: che i personaggi storici siano lasciati alla storia, e non siano pretesto per lanciare messaggi d'odio. Non possiamo, tuttavia, non comprendere i motivi che l'hanno spinto a mettere in pratica la sua protesta, la sua rabbia, la sua frustrazione per essere stato prima vittima di un crimine che rimarrà impunito, poi criminalizzato per la sua reazione, una reazione se vogliamo colorita, ma che non ha arrecato danno ad alcuno. La vicenda che ha coinvolto Alex è il paradigma di una situazione ormai divenuta intollerabile: il cittadino italiano, onesto, lavoratore, subisce, e le istituzioni tacciono. Salvo poi farsi sentire forte e chiaro, con rapidità e solerzia inaspettate, nel reprimere e soffocare le grida di aiuto degli stessi cittadini italiani, tartassati ed abbandonati. Fermiamoci un secondo a riflettere: è più grave un furto, una truffa, o l’esposizione di due fotografie? Quale tra queste azioni è più pericolosa socialmente? La risposta è tanto ovvia da rendere inutile ogni ulteriore commento in merito alla vicenda: questa è l'Italia multirazziale che vorrebbero in molti, un luogo dove, a pensarci bene, alla fobia nei confronti del diverso non sono soggetti i soliti xenofobi, ma proprio coloro i quali si vorrebbero paladini dei diritti delle minoranze. Minoranze delle quali sono ormai ostaggio, tutti presi come sono a misurare ogni singola parola, interiezioni comprese, per paura di urtare la sensibilità di chicchessia, terrorizzati dalla possibilità di essere giudicati razzisti per via di un'uscita o di un'azione poco felice. Castrati nel proprio inconsapevole masochismo, facili prede per genti che, abituate a vivere con mezzi di fortuna, certi scrupoli nemmeno li concepiscono. E che, mentre noi si disquisisce sull'opportunità di una fotografia in bianco e nero, arraffano, ringraziano, e se ne vanno.
La vittoria vera, lo ripetiamo, resta ancora molto lontana. E lo sarà fintanto che le istituzioni, in concorso con influenti gruppi di pressione politico-ideologica, continueranno a trincerarsi dietro al proprio egualitarismo falso ed ipocrita, rifiutandosi anche solo di ammettere che un problema di convivenza esista: non tutti gli uomini sono uguali, grazie a Dio - e ad ammetterlo sono anche quegli ambienti della sinistra radicale che con più tenacia, ma partendo da presupposti a nostro avviso drammaticamente errati, si battono contro la globalizzazione, contro l'omologazione culturale e per l'autodeterminazione dei popoli - e non è necessariamente vero che due culture radicalmente differenti possano e debbano convivere. Quale può essere, dunque, la soluzione al problema? Forse l'azzeramento di una delle due culture ed il suo assorbimento all'interno di quella numericamente egemone? Forse quello della creazione di "riserve" o "ghetti" entro cui stipare una minoranza troppo molesta? Niente di tutto questo: per noi forzanovisti, da sempre, l'unica soluzione accettabile, partendo da un presupposto potenzialmente condiviso con i nostri avversari politici, ovvero quello del rispetto e della tutela della differenza intesa come ricchezza, è che ogni popolo abbia la propria terra, e che sia libero e sovrano all'interno di essa. Forza Nuova, con il suo impegno nelle piazze di tutta Italia, non smetterà mai di sostenerlo. E l'ha fatto anche a Pavia ed a Mortara, con due recenti banchetti, incentrati proprio su queste tematiche, che presto avranno un seguito nelle maggiori piazze della provincia.

   

Sopra, da sinistra, i più recenti banchetti di Forza Nuova a Pavia e Mortara; uno degli striscioni comparsi in città.


Inserito da GFA il 29-VI-2008 - Fonte: Pavia Tricolore