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La
migliore risposta a tanta stupidità avrebbe potuto
essere il silenzio. Lo zelo neo-giacobino di quelle
maestre del Nord Italia che, per essere più realiste
del re, per fare mostra della propria insuperabile
"fides" ultra-laicista, avrebbero proposto di
sostituire il Bambin Gesù nel presepe con un
personaggio meno scomodo, più "universale",
quindi sostituire la parola "virtù" al nome
non più santissimo ma imbarazzantissimo di Nostro
Signore nei canti natalizi, quello zelo giacobino,
dicevo, avrebbe meritato null'altro che un fragoroso
silenzio. E invece la grancassa mediatica di un'Italia
insulsa, che eleva ad argomento di primo piano ogni
immonda mediocrità, nel nome santissimo, questo sì,
della "libertà di espressione", ha preteso
che quella volgare provocazione assurgesse a tema di
confronto tra i sempreverdi e sedicenti
"laici" (parola politicamente corretta dietro
cui si nascondono quegli atei che non hanno coraggio di
definirsi tali, mentre la sua etimologia e il suo uso
sensato significano ben altro) da una parte, e il
trionfo dei buoni sentimenti dall'altra, tutti
appassionatamente riuniti intorno al povero presepe in
singolar tenzone.
Qualcuno più ardito, probabilmente un estremista
fallaciano, sempre attento a captare qualche inquietante
segnale di "scontro di civiltà", di fiutarne
l'odore dovunque, ha cercato di strumentalizzare
l'episodio invocando l'islam, Lepanto e immaginando i
giannizzeri all'inseguimento dei re magi sulla via di
Betlemme. Naturalmente gli imam nostrani, con sufica
tranquillità, hanno rispedito al mittente la velata
accusa di intolleranza alle statuine e hanno spento
subito i bollori dei neo-crociati manifestando totale
indifferenza, com'era ovvio, per la querelle, anzi
rivendicando il diritto di ciascun popolo a conservare
le proprie tradizioni - presepe compreso - e a non
rinunciare per nessun motivo (figurarsi poi se questi
motivi rispondono alle logiche global-progressiste
dell'azzeramento di ogni specificità) al patrimonio
folkloristico con l'aggravante, nel caso del presepe, di
un certo turbamento dell'immaginario infantile, che
certo non merita di essere ammorbato con fumisterie
intorno alla "laicità dello Stato" ed altri
consunti miti dell'Italia (dell'Europa) che ci è
toccata in sorte. Una bella lezione dai musulmani, non
c'è che dire, offerta loro su un piatto d'argento
dall'isterica stupidità dei nostri connazionali. Una
lezione che ci viene da chi, per l'identità, si fa
scannare e combatte davvero, con buona pace delle anime
belle di ogni colore.
A venirne insozzata in questa polemica, oltre all'intelligenza e al buon senso (non quello borghese di montanelliana memoria, ma quello fornitoci dal buon Dio), è stata soprattutto l'innocente, delicata, familiare tradizione del presepe, ingenerosamente sfregiata dalla furia ideologica degli adoratori del nulla, dagli iconoclasti censori dei sentimenti comuni e di tutte quelle manifestazioni di religiosità popolare da sacrificare sull'altare dell'idolatria laicista.
L'antico rituale della rappresentazione della nascita di Gesù, nelle diverse forme della creatività umana, ha segnato indelebilmente la storia della devozione popolare in Italia e in Europa. Solo per questo meriterebbe maggior rispetto. Come ogni altra forma di culto cristiano, il presepe (dal latino "praesepe" o "praesepium", che significa recinto chiuso, mangiatoia, greppia) trova il proprio fondamento nella storia, così come trasmessaci dai testi sacri. Anzi, come ricorda Armando Torno,
«il presepe diventa il racconto della tradizione della chiesa, ciò che è stato ideato dalla fede secolo dopo secolo per popolare di comparse la nascita del Cristo» ("Corriere della Sera",
20-XII-2004), descritta, com'è nello stile degli evangelisti, in modo essenziale. A proposito del luogo in cui Gesù fu deposto alla nascita nella città di Betlemme, la "mangiatoia", parla il Vangelo di Luca (2,7), giacché in Matteo si parla di una "casa" (2,11), mentre Marco e Giovanni non raccontano le circostanze della nascita del Salvatore, ma vi fanno riferimento anche gli "apocrifi", come lo pseudo-evangelo di Matteo. La storia del pensiero cristiano sarebbe poi tornata sui luoghi e le circostanze della nascita del Redentore: dai commenti di Ambrogio e di Prudenzio alle omelie di Origene (la XIII su Luca, prima metà del III secolo), sono molte le fonti attraverso cui si arriva alla ricostruzione dell'ambiente di nascita di Gesù, una grotta dove il Redentore è venuto alla luce, visitato dai pastori e poi dai Magi (già presenti nei vangeli), e confortato dalla presenza dei due animali, che riscaldano il piccolo con il loro alito, con un probabile richiamo ad alcuni passi profetici (Isaia 1,
3). Ma non bisogna attendere secoli per avere un riscontro figurativo di quei personaggi a noi così familiari: il bue e l'asino, il bambino in una cesta di vimini sotto un riparo di fortuna fanno già parte dell'arte figurativa cristiana primitiva del III e IV secolo, perché li possiamo riconoscere in alcune catacombe e nei primi sarcofagi cristiani.
La svolta alla rappresentazione della Nascita, realizzata non più solo per il tramite delle parole e delle immagini, fu tuttavia quella impressa da San Francesco il quale, dando forma a una sensibilità
- sua e della sua epoca - particolarmente attenta agli aspetti concreti, carnali, della fede in Cristo pensò di ri-presentare la nascita del Signore con figuranti umani. Era la notte di Natale del 1223
- ne riferiscono San Bonaventura e Tommaso da Celano, i suoi biografi più importanti
- quando Francesco, nel bosco di Greccio (vicino Rieti), tra le montagne e le colline della "Valle Santa" ricoperti di neve, con l'aiuto di un gruppo di "poverelli", ricostruì presso una grotta tutte le circostante materiali riferite dalla tradizione a proposito della santa notte di Natale, con personaggi e animali veri: fu il primo "presepe", ed era scarno, povero, umile come il suo ideatore. L'intento di Francesco era chiaro: i suoi "fratres", senza scarpe, con indosso solo povere vesti, rendevano omaggio a Dio infinitamente buono e, con la loro presenza, avevano il compito di portare la parola di Dio e un messaggio di fede e di speranza per i più poveri tra i poveri. In quella notte, la fede del Santo, che desiderò sempre ardentemente, nel corso di tutta la sua vita, la presenza del Signore su di sé (culminata con i segni della Passione, le stimmate), e dei fratelli convenuti, fu premiata dalla visione ricevuta da un cavaliere il quale
«affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno. Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui u accompagnata» ("Leggenda Maggiore", San Bonaventura, FF 1186).
Riporta così il Celano [FF 467-471] l'episodio di Greccio:
«Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro (…) disse: "vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello" (…) In quella scena commuovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme». Anche la "Leggenda Maggiore" di San Bonaventura racconta l'episodio [FF 1186]:
«Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove e un asino. (…) L'uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo sacrificio viene allora celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo lo chiama, per tenerezza d'amore, il "bimbo di Bethlehem"».
L'agiografia francescana raccontò poi che il luogo prescelto per il presepe vivente, dove sorge oggi il santuario
- scavato in parte nella roccia, con piccole cellette di pochi metri quadrati, quasi come nidi d'aquile, lontano da tutto e da tutti
-, fu scelto per caso, lanciando un tizzone. Il lancio del tizzo, ancora oggi viene rievocato nel periodo di Natale, durante la celebrazione del presepe vivente allestito da San Francesco
Anche se alcuni storici farebbero invece risalire la nascita del presepe addirittura a papa Liberio (III secolo), cui avrebbe fatto seguito, molto tempo dopo, nel 1025, la prima rappresentazione ufficiale della Natività a Napoli, nella chiesa poi detta di Santa Maria ad Presepe (in piazza San Domenico Maggiore), dove furono esposte alcune statue lignee che riproducevano la scena della grotta e dell'adorazione, resta fisso che il presepe di Greccio, ideato dal Santo dell'umiltà, trasmise ai cristiani del suo tempo e a quelli a venire il significato più vero e profondo della sacra rappresentazione: rappresentare agli occhi dei credenti il mistero dell'Incarnazione, il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi, Dio che per amore dell'uomo si fa uomo e ne condivide la natura e la condizione. La tradizione iconografica cristiana sviluppo, nel corso dei secoli, il tema della natività con sempre maggiore intensità, via via arricchendo l'ambientazione di particolari, facendo leva ora sul realismo e la maggior somiglianza alla terra nativa di Gesù, ora adattando la scena a tempi e luoghi della realizzazione scenica stessa, come a voler significare l'eternità e l'universalità di quell'evento per tutti gli uomini. I primi presepi furono allora caratterizzati dalla staticità, come quello di Arnolfo di Cambio nel 1280 e parzialmente conservato in Santa Maria Maggiore a Roma, o come il bassorilievo (scuola francese) di Sant'Orso ad Aosta, ancora più antico, della prima metà del XII secolo. Nel XV secolo la struttura del presepe inizia a delinearsi più chiaramente, e prendono allora forma figure e lineamenti decorativi destinati a rimanere fissi. È del 1478, per esempio, il presepe dei fratelli Alemanno in San Giovanni a Carbonara a Napoli, con le sue statue lignee dipinte, quasi a grandezza naturale, immagini semplici, ma accuratamente rifinite. Alla tradizione del presepe napoletano (il cui periodo d'oro sarà il XVIII secolo, sotto Carlo III di Borbone) contribuisce anche l'opera di Giovanni Marigliano che, tra la fine '400 e gli inizi '500, realizzò statue in marmo e legno, alcune delle quali ancora conservate nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina.
Come si accennava, il presepe si "spostò" nel corso dei secoli dalla Palestina del I secolo al mondo intero di ogni epoca: importante, in questo senso, fu l'opera di San Gaetano da Thiene (Vicenza), fondatore dell'ordine Teatino, che introdusse (prima metà del '500) nella raffigurazione della Natività personaggi vestiti con abiti di epoche e paesi differenti, compresi quelli del periodo a lui contemporaneo: da allora il presepe si sarebbe arricchito di situazioni e personaggi nuovi, accanto alle statue tradizionali.
Il presepe, poi, da manifestazione popolare pubblica - favorita dalla Chiesa per disincentivare il proliferare di "sacre rappresentazioni", forme di teatralità popolare a soggetto religioso, viste con sospetto per la possibile diffusione di credenze e soprattutto di "linguaggi espressivi" non ortodossi
- si trasferì man mano nelle case private e le sue statue divennero naturalmente sempre più piccole. Il presepe si affermò sempre più come forma privata di sacra rappresentazione grazie alla collaborazione tra grandi centri di produzione, scultori, botteghe artigiane. Non solo in Italia, naturalmente, ma anche in Spagna, in Francia, in Germania (dove Hans Schlottheim, nel 1588, realizzò il primo presepe in movimento per il re di Sassonia), in Austria e in Polonia.
Il tema della Natività, evento centrale della fede cristiana, momento fissato nella storia da Dio per l'incarnazione del Figlio, ha attraversato i secoli, segnando per sempre anche le arti figurative, dalla pittura alla scultura: da Duccio di Boninsegna a Giotto, da Simone Martini a Gentile da Fabriano, da Benozzo Gozzoli a Tiepolo a Botticelli, generazioni e stili diversi si sono confrontati con le scene della "Sacra Famiglia" nella notte di Natale, ciascuno con la propria cifra stilistica, il proprio sguardo, la propria sensibilità e il proprio sentimento religioso.
Per questo la provocazione intorno al presepe meriterebbe il silenzio da parte di chi porta dentro di sé, in termini di memoria e di sentimento diffuso, questa storia secolare, che è storia di creatività e ingegno umano, ma anche percorso di fede vissuta, nel desiderio, sempre vivo e sempre irraggiungibile, di dare un volto concreto a quel Figlio, Signore della nostra vita, venuto al mondo in quella notte di speranza. Ma quella provocazione, che implica una preoccupante sospensione dell'intelligenza e della memoria storica, quando non è aggressione esplicita al sentimento religioso, nasconde, nel piccolo, logiche più grandi di carattere culturale o, meglio, "intellettuale", con tutto il carico nichilista e autoreferenziale che il termine porta con sé. Come accennavo in apertura, si è tentato anche in questo caso un'improbabile caccia alle streghe musulmane a rimorchio di una polemica accesa, invece, da italianissime (ed ex-cristiane, evidentemente) "educatrici". Non stava in piedi, e lo si è capito, per fortuna, molto presto. E non poteva stare in piedi. Perché questo genere di provocazioni iconoclaste nascono sempre dalla mentalità giacobina
- estranea, appunto, alle altre fedi, musulmana compresa
-, che è invece propria di certe correnti progressiste e radical-laiciste, nemiche giurate (anche se non sedicenti) del sentire cristiano (non della "religione" tout-court, giacché anche il fideismo razionalista e materialista è una religione, pur rovesciata), dei suoi simboli, delle sue manifestazioni più vive e carnali, del suo penetrare i cuori e gli occhi delle persone. Questi sinistri censori del culto (che non sia quello per l'individuo, incatenato ai suoi desideri di consumo e di egoismo) hanno il terrore di Cristo quando esce dalle case private ed entra, pur sotto le spoglie di un bambinello di plastica o legno o ceramica, nelle scuole, quando passeggia nelle strade, cullato da madonne improvvisate, quando insomma si affianca agli uomini a sostenerne difficoltà, piccoli e grandi drammi quotidiani. Questi signori adoratori del nulla e di se stessi vorrebbero cancellare Dio dal cuore degli uomini per sostituirlo con i diritti, l'interesse, il sindacato, l'high-tech, il portatile aggiornato. E siccome il Signore non può allontanarsi da chi lo cerca e lo desidera, allora i sinistri signori del pensiero dell'abisso vogliono tenerlo chiuso nelle case, "nel privato", un luogo magari asettico e certamente meno "pericoloso", così distante dal contagio di altri individui.
Questa provocazione, concepita per fare male ma destinata a finire sommersa nella stessa stupidità che l'ha generata, è tuttavia il segnale inquietante di correnti di pseduo-pensiero presenti e ben radicate nel nostro paese, e non solo. Uno pseudo-pensiero che idolatra l'indifferenzialismo, il generalismo, l'assenza di specificità riguardo la fede, l'identità, il patrimonio culturale e tradizionale delle persone e dei popoli. Ha orrore e terrore delle appartenenze, delle confessioni, della storia e della memoria. Vorrebbe individui-atomi, chiusi nei loro orizzonti di consumo, ossessivamente intenti a "progredire" ma incapaci di gestire il presente e di immaginare e progettare un futuro. Questo pseudo-pensiero sogna uomini standardizzati, senza coscienza, uguali a se stessi, e si riempie la bocca di un'umanità "universale" senza storia e sempre più progressivamente distante da Dio.
Ma l'occasione offerta dalla ridicola polemica sul presepe, per chi invece guarda al cielo con fiducia e speranza e porta sulle spalle e dentro di sé i secoli della sua storia, deve essere occasione per tornare al principio di tutto. E allora la tradizione
- anche un rispettabile frammento del nostro folklore qual è il presepe
- sia un delicato e fortissimo veicolo della fede, e non rimanga inerte, fine a se stessa. La tradizione del presepe, come ogni altra sacra rappresentazione, non può ridursi a un simbolo, pur significativo, a una forma, arte senza carne. Il presepe non va protetto perché si deve difendere una tradizione in quanto tale, quasi fossa una bandiera piantata in mezzo al deserto, una testimonianza, una medaglia da reduce di guerra. Il rischio è quello di arroccarsi su un'abitudine popolare che, però, rischia di perdere di senso, di morire piano piano se non viene vivificata dal recupero del suo significato vero. E per renderla viva ogni giorno, ogni Natale, bisogna tornare con lo Spirito a quello che San Francesco voleva mostrare "dal vero" ai suoi fratelli e ai suoi contemporanei: il mistero dell'incarnazione, il momento straordinario e irripetibile dell'ingresso umile e glorioso del Signore nella storia, il Verbo che si fa carne, che viene ad abitare il mondo. È il mistero per definizione del cristianesimo, della fede nel Cristo vivente, la sua carta d'identità, la sua cifra più autentica. E l'occasione di vederla racchiusa, ogni Natale, nella nostra piccola sacra rappresentazione del presepe è troppo preziosa per lasciarla svaporare in una consumata tradizione senza vita. Solo così vinceremo i sinistri figli del nulla.
di Paolo Castellani. |