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L'elezione del successore di Giovanni Paolo II o, meglio, del successore
dell'Apostolo Pietro, è stata attesa dal mondo intero con
un'ansia ed una trepidazione che sarebbero state difficili
da prevedere in un'epoca di trionfante laicismo e secolarizzazione come quella attuale.
Del resto, va forse tra parentesi riconosciuto all'imponente circuito mass-mediatico che si è attivato nei giorni scorsi il merito di avere acceso i riflettori e destato
l'attenzione dell'opinione pubblica su di un evento che, comunque, non poteva passare inosservato.
Nello specifico, l'elevazione del cardinal Joseph Ratzinger al Soglio di Pietro, salutata da un lato dai fedeli con evidente e pressoché unanime entusiasmo,
dall'altro è stata accolta e presentata con sfumature ed accenti diversi dai commentatori: da taluni con soddisfazione, da altri con diffidenza o sospetto, da qualcuno, infine, con aperta ostilità.
Tutti, però, si sono trovati d'accordo sull'opportunità di spendere un
po' di tempo e di inchiostro per lanciarsi in improbabili previsioni sul nuovo corso del papato e, quindi, della stessa Chiesa
Cattolica.
Dal canto nostro, vorremmo anzitutto premettere che per un cattolico, come chi scrive,
l'elezione di un pontefice non è materia suscettibile di particolari commenti.
Il papa, qualsiasi papa, è il Vicario di Cristo in terra cui si deve, di regola, in condizioni di normalità, filiale obbedienza in materia di fede, costumi e disciplina. Sennonché anche a noi alcune brevi considerazioni paiono
d'obbligo, tenuto conto della nostra posizione circa l'indubitabile e straordinaria crisi che, dopo la Rivoluzione del Concilio Vaticano II e
l'imperversare di quell'oscuro quanto indefinibile "spirito del
Concilio", sta oggi attraversando la Chiesa Cattolica e, con essa, lo stesso papato inteso come
istituzione. "Crisi" che, siamo stati costretti a constatare,
sotto il regno di Giovanni Paolo II, anziché trovare una via di sbocco, si è a nostro avviso ulteriormente
aggravata.
Dunque, riservandoci di dedicare nel futuro più ampie riflessioni sulla figura e
sull'azione di papa Wojtyla, tornando all'oggetto ed al centro di questo intervento, non nascondiamo di riporre una moderata fiducia nel nuovo papa Benedetto XVI.
Sappiamo bene che il cardinal Ratzinger è stato per oltre
vent'anni, quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tra i più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II e che, per ciò stesso,
v'è da aspettarsi una certa continuità con l'operato di
quest'ultimo. Sappiamo anche che l'etichetta di arcigno e inflessibile custode
dell'ortodossia che gli è stata cucita addosso in relazione a tale incarico riflette più una semplificazione giornalistica che non la realtà dei fatti (fosse stato davvero così non avremmo potuto che rallegrarcene, dato il ruolo rivestito
dall'allora porporato...). Tuttavia non mancano alcuni segnali che potrebbero lasciar presagire, se non una vera e propria inversione di tendenza nelle linee direttrici della Chiesa postconciliare – obiettivamente da escludere – quantomeno un mitigarsi di certe
"spinte in avanti" e di certi "aperturismi
innovativi" cui siamo stati abituati negli ultimi anni.
La lotta al relativismo teorico ed al conseguente indifferentismo pratico che il cardinal
Ratzinger, solo poche ore prima dell'inizio del conclave, ha additato come la grande sfida della Chiesa nel terzo millennio ed il suo invito a coltivare
l'amore per la Verità quale fondamento della Carità ci confortano in questa sensazione.
Note sono, del resto, le posizioni critiche che Benedetto XVI, già come Prefetto
dell'ex Sant'Uffizio, ha avuto modo in più occasioni di esprimere riguardo alle storture dottrinali, dogmatiche e morali ed agli abusi liturgici che a più riprese si sono manifestati negli ultimi
quarant'anni.
Di questi aspetti solamente, per noi positivi, vogliamo pertanto oggi tenere conto, formulando, in conclusione, un sincero auspicio.
Che il nuovo pontefice possa pienamente realizzare quell'alta missione spirituale alla quale è stato chiamato per ispirazione dello Spirito Santo nella Chiesa: pascere il gregge a lui affidato e confermare i fratelli nella Fede. La stessa Fede – ci sia concesso precisare – tramandata dagli Apostoli e già definita con cristallina limpidezza dai Concili dogmatici che hanno preceduto il
"pastorale" Vaticano II. Anche per questo, accogliendo la sua richiesta, non faremo mancare a S.S. Benedetto XVI le nostre preghiere.
di Marco Rossini. |