NOTIZIE - DIREZIONE NICHILISMO - ZAPATERO, BUSH E I DUE VETTORI DELL'ESPANSIONE CAPITALISTA - UNA CRITICA ALLE POLITICHE DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA EURO-OCCIDENTALI

Recentemente un ottimo articolo di Giuseppe Savagnone su "Avvenire" [1] ha elencato le misure che il nuovo governo spagnolo a guida socialista ha intenzione di prendere per fare della legislazione iberica una delle più "avanzate" a livello europeo e mondiale in tema di famiglia, bioetica e rapporti Stato-Chiesa. Giustamente il suo estensore ha parlato in questo caso di ossessione nichilista. La liberalizzazione dell'aborto, il riconoscimento giuridico del matrimonio dei gay e la possibilità di adozione per le coppie omosessuali, la riduzione dei tempi per ottenere il divorzio, la legalizzazione dell'eutanasia, la progressiva riduzione dello spazio riservato alla cultura religiosa nell'insegnamento scolastico hanno, infatti, qualcosa in comune. Si tratta dell'intento di azzerare tutto quanto nella società riguarda il modo di sentire del senso comune, il quale vede nelle istituzioni della famiglia e della Chiesa non dei lacci al libero dispiegarsi della vanità dell'individuo ma delle strutture che celano un significato forte e profondo per la vita di ognuno, che la orientano al buono e al giusto in continuità con una tradizione ancestrale; lo stesso modo di sentire che altresì considera la vita umana non un fattore manipolabile e gestibile secondo parametri fissati dal puro arbitrio dell'uomo e della scienza ma l'humus sacro cui tutti partecipiamo, il dato non modificabile da nessuna volontà di potenza perché sostrato non prodotto né riproducibile di ogni agire umano.
Una simile visione delle cose appare ai neo-giacobini di Zapatero un insopportabile vincolo, un laccio e un freno alla piena diffusione della loro Weltanschauung libertaria e permissiva che tende a fare tabula rasa di tutti quelli che essa chiama i "pregiudizi culturali". Allo stesso modo è ragionevole ritenere che si procederà in tema di clonazione, ricerca sugli embrioni, fecondazione, morte cerebrale, trapianto degli organi e droga, introducendo novità decisive o procedendo in maniera da radicalizzare e portare a compimento quanto è già stato fatto. Il nichilismo è l'esito più profondo di questi provvedimenti. Con il pretesto della conquista di un maggior grado di libertà o benessere essi infatti svuotano strutture di senso consolidate, annullano retaggi tradizionali e visioni del mondo che orientano ciascuno di noi nella propria esistenza, svuotano il concetto dell'agire etico con fanatica adorazione dell'individuo sradicato, dell'atomo votato alla produzione e al consumo di merci materiali e spirituali senza alcun limite che non nasca dalla propria debole e incostante inclinazione. Tutto si svuota e tutto si azzera o, come diceva il più grande diagnostico del nichilismo, «i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al:"perché"?» [2]. Viene da domandarsi: a quale cultura appartiene questa ossessione nichilista? È così progressiva e avanzata come si autodefinisce? È veramente umana, universale, disinteressata e tollerante come generalmente si crede? Questo domandare è tipico di colui che sospetta, che non ama le mistificazioni e che ricerca sempre il soggetto che parla dietro un discorso che appare sin troppo retorico. Uno di coloro che possono essere descritti in questo modo è certamente Karl Marx. Ed è proprio da un famoso passo del pensatore di Treviri che possiamo trovare un'indicazione per stabilire la natura di ciò che si cela dietro il bel nichilismo di Zapatero. Leggiamo dal Manifesto del partito comunista del 1848: «La borghesia ebbe nella storia un ufficio sommamente rivoluzionario. Dov'è giunta al potere ha distrutto i rapporti feudali, patriarcali, idillici. Ha stracciato senza pietà i variopinti lacci feudali che stringevano l'uomo ai suoi naturali superiori e non ha lasciato fra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse e l'arido "pagamento a pronti". Ha affogato i santi fremiti dell'esaltazione religiosa, il cavalleresco entusiasmo, la malinconia dei cittadini all'antica nell'acqua gelida del calcolo egoistico [...]. Essa fu la prima a mostrare di che sia capace l'attività umana [...]. L'epoca borghese si distingue da tutte le precedenti pel continuo sconvolgersi della produzione, per l'incessante scuotersi di ogni condizione sociale, per l'incertezza e il movimento perpetuo. Le dure e rugginose relazioni cui andavano unite maniere di vedere e di pensare rese venerabili dall'età, vengono sciolte e le nuove invecchiano prima ancora di ossificarsi. Il gerarchico e lo stabilito se ne vanno, il sacro è sconsacrato e gli uomini sono finalmente costretti a guardare, spoglie di ogni velo, le loro condizioni di esistenza e i loro rapporti reciproci» [3].
Marx fece queste riflessioni sul ruolo storico della borghesia considerandole un'elogium, cosa che si arguisce dall'aggettivo "rivoluzionario" che vi ha associato all'inizio. Ma la funzione positiva della classe borghese egli la riduceva ad una sorta di eliminazione dei travestimenti con i quali le classi dominanti usavano in passato nascondere i rapporti di sfruttamento. Questi ultimi con l'avvento della borghesia emergono in tutta la loro drammatica evidenza, e in breve tempo arriveranno al loro apice parossistico che preluderà al loro capovolgimento nella finale rivoluzione proletaria. Dunque l'opera della borghesia ha una propria positività solo nello svolgersi della dialettica della storia da cui solamente emergerebbe la vera positività della rivoluzione operaia e della società senza classi. Orbene tale opera così come Marx l'aveva vista crescere nel suo secolo ha straordinarie somiglianze con quella che il nuovo dominio borghese del XXI secolo porta avanti senza alcuna prospettiva rivoluzionaria che possa, seppur solo dialetticamente, giustificarne non già l'elogium bensì solo la più o meno tacita approvazione. Si tratta anche qui dell'eliminazione del "vincolo" tradizionale, della cultura "resa venerabile dall'età", che non è altro che quel modo di entrare in rapporto con il mondo dato dal comune buon senso consolidatosi nel corso degli anni in una ragione solida e ricca di significati metafisici ed etici ("recta ratio" la chiama con preciso linguaggio filosofico la Chiesa). Ma la differenza sta nel fatto che ora la borghesia si è fatta pavida e teme se stessa: l'esito della sua attività storica, che in un passo non citato del Manifesto viene definito come «lo sfruttamento palese, senza pudore e senza viscere», si è nel frattempo coperto di diverse giustificazioni e paludamenti, attingendo al lessico escatologico che il nostro filosofo adoperava per la società a venire. Sono oggi l'amore universale, la tolleranza per il "diverso", la "compassione" verso i più deboli, il progresso della scienza e il benessere del singolo, gli universali diritti e la libertà a costituire un nuovo apparato di legittimazione della tabula rasa borghese. Solo una mentalità oscurantista, si dice, oppone oggi i suoi ultimi bastioni al trionfo della sua finale giustizia. L'abbattimento di questi bastioni ha e continua ad avere la medesima funzione: lo sfruttamento, cioè il regime del profitto ad ogni costo, ieri palese, oggi più o meno occulto ma capace di trovare ugualmente una compiuta espressione sociale nel tritacarne del capitalismo selvaggio e tecnocratico. Potrebbe l'universale mercificazione funzionare se vi fosse una qualche etica condivisa che dicesse che qualcosa è sacro e non si tocca, che qualcosa non può essere venduto, comprato o comunque gestito e manipolato? Potrebbe la piovra delle multinazionali penetrare in luoghi (geografici ma anche spirituali) dai confini molto netti e presidiati da un'autorità visibile e forte e da un'incorrotta coscienza comune? Potrebbe la volontà bio-politico-economica del nuovo potere raggiungere i suoi fini totalitari se fosse attiva una riserva di significati alti capace di relativizzare la forza e le imposizioni ideologiche dei soggetti di volta in volta dominanti? No, certamente. Allora, visto in questa prospettiva, il nichilismo di Zapatero intende lasciare il campo libero proprio alle forze storiche che mirano al compimento del capitalismo nel "brave new world", nel mondo nuovo tecno-consumistico, nell'inquietante e crudele paese dei balocchi prospettato dai miti gnostici di liberazione e palingenesi sociale. Qui precisamente vincerebbe una concezione del rapporto sociale in cui la reciproca strumentalizzazione e il parossismo dello sfruttamento universale (in cui ognuno sfrutta l'altro) arriverebbe a creare una sorta di paradiso dell'abbondanza di merci e di beni, nella più desolante penuria di senso e di valore. Si potrebbe dire rivolgendosi con tono di paterno rimprovero a quel Marx che è morto dopo la morte di Dio (mentre, ovviamente, noi non ci sentiamo troppo bene): «La rivoluzione è qui ed ora e senza alcun bisogno di critica, di tensione verso il cambiamento e di impegno etico-politico». Una pura rivoluzione di materiali, che ha occupato i luoghi dello spirito assorbendoli fino al loro totale annullamento, annuncia qui il suo passaggio alla fase matura e adulta.
Ecco il primo vettore dell'espansione capitalista che oggi tende al suo finale compimento, un vettore di profondità, che agisce dall'esterno all'interno e vuole toccare le corde intime dell'umanità dell'uomo, un vettore che il buon Marx non avrebbe mai sospettato potesse identificarsi con una borghesia divenuta essa stessa classe totale, cioè quel soggetto capace di interpretare lo sviluppo della società intera che il nostro filosofo aveva intravisto nel proletariato. Il secondo vettore sarà qui individuato eleggendo il suo campione nel presidente americano George W. Bush e nella sua politica, il cui fondamento ideologico emerge in un documento dell'associazione "Project for a New American Century" (PNAC), illuminante prodotto della migliore intellighentia neoconservatrice d'oltreoceano. Da questo rapporto, intitolato "Ricostruire le difese dell'America", risalta in maniera plastica qualcosa che un'analisi appena approfondita della politica e della storia degli USA nel secolo scorso già ampiamente dimostrerebbe, ossia il fatto che gli Stati Uniti promuovono un'autentica politica imperiale e che il loro potere, lungi dall'essere solamente improntato ad un maggior dinamismo economico, confida sempre più nella decisiva forza delle armi. Ciò significa che l'american way of life non è solo una forza spirituale che dilaga grazie a Hollywood e a Disneyland, non è nemmeno solo una forza economica e politica che fa leva sulla naturale espansività dell'economia di mercato e sull'attrattiva del binomio libertà/democrazia, bensì è una forza specificamente militare che tende a sostenere e favorire gli interessi della principale superpotenza capitalista (e in subordine dei suoi alleati) con il mezzo militare in tutte le regioni della terra, poiché tutte le regioni della terra sono potenzialmente oggetto della sua ambizione globale. Il documento in questione, dal punto di vista del linguaggio, oscilla tra la chiara definizione dei fini della politica americana e la tipica mistificazione liberale che, incapace ideologicamente di accettare l'idea di un conflitto armato, trasforma già nel titolo il progetto per un rafforzamento complessivo dell'apparato bellico americano - in funzione di operazioni al di fuori dei confini del paese - in una discussione sulle strategie di difesa (viene in mente, si parva licet..., la ridicola giustificazione dalemiana che sostenne che gli aerei mandati a bombardare il Kosovo nel 1998 dal governo ulivista stessero compiendo non un attacco vero e proprio bensì un'operazione di "difesa attiva"). Dal punto di vista dei contenuti è estremamente illuminante l'assunzione della prospettiva della supremazia mondiale americana come di un valore indiscutibile, una supremazia che è fondata sull'affermazione universale di un predominio militare che supporti quello economico e politico e sulla necessità di impedire che sorgano potenze, sia regionali sia globali, in concorrenza con gli stessi USA. Per «mantenere la supremazia statunitense, precludendo il sorgere di una grande potenza rivale e plasmando l'ordine internazionale in linea con i principi e gli interessi americani» [4], vengono suggerite opportune strategie di bilancio e avanzata la necessità di una maggiore consapevolezza, da parte dei vertici dell'amministrazione, delle responsabilità militari che l'odierna posizione di preminenza degli Stati Uniti comporta. Ciò ha tre tipi di conseguenza: un atteggiamento aggressivo verso chiunque intenda «espandere le proprie aree d'influenza e sfidare l'ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti»; l'idea di «assicurare ed espandere le "aree di pace e democrazia"» [5] e addirittura la prospettiva di controllare politicamente e militarmente lo spazio e il cyberspazio [6].
Questi elementi vanno a consolidare con apporti indubitabili la nozione per cui l'espansione capitalistica, che tende ad esportare un modello sociale-economico e politico particolare, non può avvenire per via di una naturale penetrazione pacifica - quasi che l'economia del libero mercato mondiale propugnata dalle multinazionali fosse il chiavistello per arrivare dappertutto senza traumi e senza sangue - ma al contrario si deve avvalere dei cannoni (o dei missili o degli aerei invisibili) perché non è scontato che tutti l'accettino. Non è nemmeno scontato che essa abbia una funzione egualitaria per la quale, in virtù della concorrenza universale, le barriere degli Stati andrebbero via via eliminandosi a favore di una competizione globale ideologicamente egualitaria ed economicamente meritocratica. Infatti all'interno del sistema imperiale capitalistico, ormai mondializzato, permarrebbero intoccati, e anzi rafforzati, il concetto e il fatto dell'egemonia dell'attore statale americano nei confronti di tutti gli altri. Insomma a leggere il nostro documento non si può non cogliere l'intenzione di sottolineare la profonda interdipendenza tra sopravvivenza del sistema, sua espansione ed efficacia dello strumento bellico adottato a tal fine dagli Stati Uniti, il soggetto che ne rappresenta in esclusiva l'incarnazione storico-politica. Così non solo deve venir meno la convinzione di un'innocenza americana, di una superiore moralità degli USA nel contesto della politica internazionale, cosa che anche un Giuliano Ferrara ormai ammetterebbe, ma, in modo più profondo, deve essere revocata la fiducia nel capitalismo come modello di organizzazione economico-politica della società che permetterebbe una condotta pacifica delle relazioni internazionali, secondo l'ormai vetusto pregiudizio montanelliano per cui «non si sono mai viste due democrazie (e con esse si intenda sistemi politico-economici liberali e capitalisti, n.d.r.) farsi tra loro la guerra» (per forza, verrebbe da dire, erano sempre impegnate a far guerra agli altri!). Quanto detto permette ormai di individuare con chiarezza che accanto ad un'espansione dall'esterno all'interno del capitalismo, ve n'è una orizzontale rivolta alla conquista militare di spazi geografici e al mantenimento di egemonie politiche, che intende omologare l'intero pianeta ad un unico modello di vita. Suo centro propulsivo sarebbero gli Stati Uniti d'America, i quali, quasi per copyright, manterrebbero nell'ordine internazionale venutosi a creare una posizione di dominio incontrastato.
Orbene, vi è qui piena coscienza di non aver detto nulla di nuovo, relativamente nuove sono semmai le pezze d'appoggio del discorso, tuttavia quel che preme sottolineare è che la tendenza che si è registrata in questa sede ha nella destra americana il suo maggiore esponente. Il secondo vettore dell'espansione capitalista ha, come si è detto all'inizio, il suo principale fautore nel neoconservatorismo degli ambienti legati al presidente americano George W. Bush. Allora mettendo insieme le riflessioni connesse al primo vettore dell'espansione capitalista, con ciò che si è or ora rilevato, è possibile osservare l'instaurarsi di un tipico gioco delle parti tra destra e sinistra nelle cosiddette democrazie occidentali, una sorta di alternanza nel sistema a esclusivo beneficio del sistema. Questo, come tutte le creature politiche, ha bisogno di una legittimazione culturale, cui provvede il giacobinismo di "sinistra" prima nel radere al suolo tutti i fattori tradizionali di identità e poi contrapponendo loro quel fantasma di morale che è la political correctness, che della morale non ha più le basi metafisiche mentre mantiene la patologica componente super-egoica ed oppressiva. Ma il capitalismo liberale ha anche bisogno di una struttura di potenza solida che gli permetta di espandersi sulla terra e di esercitare un dominio di fatto. Questo è il compito dell'imperialismo di "destra", che sogna sempre nuovi nemici da sconfiggere e pericoli da affrontare. In tal modo dove il capitalismo penetra con le armi, lì si consolida con la cultura con i "diritti umani", la liberazione sessuale e i mega-centri commerciali; laddove invece era penetrato con la forza del commercio, dell'industria e poi della cultura, vi si sarebbe invece mantenuto grazie ad aiuti militari, economici e politici. Il tutto attraverso il paravento di una conflittualità affatto artificiale tra due culture, la "destra" e la "sinistra" e due modi di intendere la politica e l'economia in realtà complementari quando non interscambiabili [7]. È di conseguenza evidente che chiunque non accetti le imposizioni che nel complesso possono essere fatte derivare dall'organizzazione capitalistico-liberale-democratica della società [8] non può abbandonarsi alla dialettica delle forze politiche legittimate dalla medesima organizzazione. Tutti gli archi costituzionali presuppongono l'accettazione di una costituzione in senso forte, ovvero di un modo specifico di concepire la vita politica, sociale ed economica. La logica del rapporto governo-opposizione è pertanto di interesse esclusivamente interno al sistema e non permette di esercitare nei suoi confronti una critica complessiva e radicale. Infatti governo e opposizione in tutta l'area euro-occidentale si fondano sulla dicotomia destra-sinistra che risultano funzionali alla logica che si è testé analizzata [9]. Uscire da questa logica e uscire in generale dal capitalismo liberale costituiscono la stessa cosa. La forza della critica capace di considerare con il dovuto disincanto tutti i simulacri - etica, libertà, nondiscriminazione, democrazia e sua espansione, diritti etc. - con i quali il capitalismo copre il suo universo di dominio tecnocratico globale, indiscriminato, crudele, immorale e anti-umano rappresenta oggi un compito culturale di immensa portata e primaria importanza.

di Hazel Motes

Note:
1 - Giuseppe Savagnone, "L'ossessione nichilista di Zapatero", "Avvenire", 28-IX-2004.
2 - Friedrich Nietzsche, "La volontà di potenza" (frammenti postumi ordinati da Peter Gast ed Elisabeth Förster-Nietzsche), trad. it. di A. Treves e M. Kobau, Bompiani, Milano, 1992, p. 9.
3 - Karl Marx, "Il manifesto del Partito Comunista", p. 13, in E. Ciccotti (a cura di), "Marx, Engels, Lassalle. Opere, vol. I", Società Editrice l'Avanti, Milano, 1914.
4 - Mi avvalgo della traduzione parziale in italiano di Pnac (a cura di), "Rebuilding America's defenses: strategy, forces and resources for a new century". 
5 - Cfr. ivi, cap. I "Le ragioni di un nuovo piano di difesa".
6 - Cfr. ivi, cap. V "La creazione della futura forza dominante".
7 - È da notare infatti che talora i ruoli si possono scambiare: sarà allora la sinistra mondiale guidata da Clinton a muovere guerra ai Serbi, ribelli ai diktat che vorrebbero loro togliere il Kosovo per darlo in mano all'UCK albanese (una formazione para-terroristica implicata in grandi traffici internazionali di droga e armi); e sarà d'altro canto la destra americana a gridare allo scandalo di fronte alle migliaia di bambini uccisi dalle pratiche abortive in nome della sacralità della vita, un potente fattore simbolico e religioso di legittimazione (salvo poi allegramente permettere che l'embargo americano in Iraq uccida centinaia di migliaia di fanciulli incolpevoli, in modo che il tragico bilancio finisca in qualche modo per pareggiare); sarà altresì il cinico pragmatismo dell'amministrazione democratica a tentare di consegnare l'Africa nelle mani dello sfruttamento delle multinazionali americane con il piano Nafta per l'Africa e sarà la destra a far leva sulla forza spirituale della predicazione religiosa fondamentalista e protestante per ritornare al potere all'insegna del "conservatorismo compassionevole".
8 - Naturalmente le varie definizioni che si sono usate in questo contesto alludono a vari aspetti del medesimo mondo occidentale al quale ci si è riferiti. Capitalismo e liberismo riguardano la dimensione economica del sistema, democrazia e liberalismo quella politica e culturale, tenendo presente che questi ultimi due termini sono associabili (liberal-democrazia) ma non possiedono lo stesso significato (per un chiara introduzione al senso della democrazia e al suo rapporto con il liberalismo cfr. Carl Schmitt, "Dottrina della costituzione", trad. it. di A. Caracciolo, Giuffré, Milano, 1984). Inoltre, è inutile dire che si è perfettamente consapevoli che tra capitalismo e liberal-democrazia vi è un nesso empirico, cioè che nella maggior parte dei luoghi in cui è presente il primo è parimenti rinvenibile la seconda, ma non logico; infatti nulla impedisce che, come avviene in Cina, ad un'economia capitalista si sovrappongano strutture di potere monocratiche ereditate dallo statalismo socialista.
9 - Con ciò non accenniamo ancora alla critica della funzionalità e della pregnanza ermeneutica delle categorie di destra e sinistra come categorie della politica tout court, essendo il nostro discorso improntato al tipo di azione politico-economica e ai suoi esiti culturali osservabili nell'ambito dei due schieramenti così come sono oggi storicamente determinati.


Inserito da DDS il 4-II-2005 - Fonte: Ekpyrosis