STORIALOCALE - BENITO MUSSOLINI: DISCORSO ALLA "SAGRA FASCISTA" - MORTARA, 8 MAGGIO 1921

Prima vera manifestazione di massa del Fascismo pavese e lomellino, la "Sagra Fascista" di Mortara, svoltasi l'8 maggio 1921, si presenta ai nostri occhi, negli scritti, nei pezzi giornalistici e nelle fotografie dell'epoca, come una grande festa di popolo, come il presagio dell'imminente affermazione del Fascismo su scala nazionale. Migliaia e migliaia di Camicie Nere ammassate nella piazza antistante il Municipio, dove fu montato il palco destinato agli oratori, 36 nuovi Fasci di Combattimento inaugurati durante la giornata, addobbi in ogni dove, aerei a solcare il cielo, lasciando cadere sulla città migliaia di volantini propagandistici. L'organizzazione di Lanfranconi, Magnaghi e Cordara non lasciò nulla al caso. Momento topico della giornata fu, senza ombra di dubbio, il discorso pronunciato alla folla da Mussolini, un discorso prettamente elettorale, ma comunque utile, al di là di facili quanto erronei parallelismi con il presente, a comprendere come la strategia del "Blocco Nazionale" sia stata efficace, nella maturità, scevra di ogni personalismo, con la quale fu attuata.

Il giuramento delle squadre fasciste mi ha commosso ed esaltato, perché mi è sembrato di assistere al giuramento delle nuove milizie sorte per la difesa della Patria. Il merito di aver scavato il primo solco, dal quale sono germogliate tante sane e vigorose energie, spetta a Lanfranconi ed a Magnaghi ed a tutti i pionieri che hanno qui portata la loro parola di fede, l'entusiasmo delle loro idealità, il coraggio delle loro azioni.
Cosa è nella sua realtà, nella sua sostanza il Fascismo che ha assunto le proporzioni gigantesche di un movimento travolgente, che ha capovolto la situazione di queste terre? Il Fascismo vuole che la Nazione sia riconsacrata ai Combattenti, ai Mutilati, alle famiglie dei Caduti. Vuole riconsacrare la riconoscenza a chi dopo quaranta mesi di lotta è ritornato ed a chi ha fatto sacrificio di care esistenze immolatesi per la libertà della Nazione.
Troppe calunnie sono lanciate al Fascismo.
Si dice che sia nemico della religione, mentre non è imbevuto del vecchio anticlericalismo e rispetta profondamente chi crede e chi compie le opere di culto che la coscienza può ispirare ed imporre.
Si dice che sia guerrafondaio, mentre i suoi seguaci sanno le fatiche tremende della guerra, perché sono i reduci dalle trincee tormentate. Certo il Fascismo respinge l'internazionalismo socialista perché è artificiosa menzogna: come nel 1914 i socialisti germanici sono accorsi sotto le bandiere del Kaiser, oggi, domani, accorreranno nuovamente se ancora dovranno opprimere, combattere, saccheggiare. Ecco perché agli italiani deve incombere sacro, insuperabile il dovere di vigilare le porte della Patria.
Si è detto che è contrario ai lavoratori, mentre vuol liberare il proletariato da quella casta di parassiti, di piccoli tiranni, ambiziosi ed egoisti, che lo attanagliano e lo volgono alle loro mire meschine. Le organizzazioni fasciste vogliono invece, coll'elevazione del popolo, il bene della Nazione, di quella Nazione che gli stessi socialisti volevano difesa quando l'austriaco calpestava il suolo della Patria, quando il Grappa era anche per essi, nel momento del supremo pericolo, l'immagine d'Italia. La grande Madre non può morire. Oggi, dopo aver dato al mondo tre civiltà, l'Italia ha ritrovato se stessa; solo un matricida potrebbe pensare di distruggerla.
Conosco bene gli avversari, perché prima di essere capo del Fascismo sono stato per un tempo arbitro del socialismo italiano, e se qualcuno chiedesse come tale atteggiamento possa spiegarsi, dirò che non io, ma i miei compagni d'un tempo hanno vilipeso l'idea e fatto mercato di voti, di coscienze, di stipendi e d'applausi, hanno insolentito e bastonato i reduci di guerra, frugato nelle piaghe più sanguinose della Nazione.
Il nostro compito è duro: lo assolveremo. Eravamo in pochi, dapprima isolati, misconosciuti anche da quelli che oggi vengono a noi perché il vento favorevole gonfia le nostre vele; oggi siamo legione, perché il popolo si è convinto che coi nostri avversari è la morte, la rovina, lo sfacelo, e che con noi è la vita, la vittoria, la grandezza. Non è il caso di fare in questo momento una concione elettorale, ma il 15 maggio è data prossima e decisiva. È necessario che raccomandi la massima sincerità nel voto, la maggiore solerzia nell'accorrere alle urne, di non criticare la lista, di non guardare le persone ma di difendere le idee.
C'è un partito socialista unitario che, oggi, non merita maggiore considerazione di ieri: è lo stesso che ha ubbriacato le folle colla Russia, che ha fatto urlare «Viva Lenin!», che ha strombazzato la dittatura proletaria. Il direttore dell' "Avanti!", dopo la visita al paradiso moscovita, disse pure che sulle macchine, nelle officine, i corvi avevano fatto i loro nidi, che là era la distruzione e il terrore, ma non ebbe il coraggio di affermarlo pubblicamente con sincera franchezza.
C'è un partito comunista che, oggi, rappresenta il massimalismo bestiale, contro il quale gli stessi operai si ribellano indignati; deve essere combattuto senza quartiere.
C'è finalmente un partito popolare nel quale il prete lascia la sua missione per fare della politica e spesso della politica sporca. Lo trattiamo alla stregua di tutti gli altri avversari. Anche il partito popolare è diviso: a destra coloro che hanno la nostalgia del potere temporale e che perseguono un sogno bislacco, dissipato per sempre dalla breccia di Porta Pia; a sinistra i bolscevichi neri con maschera e gergo pussista, tipo Miglioli.
Il blocco nazionale, invece, raccoglie uomini di diverse scuole, dalle fedi più distinte, ma concordi nel volere ad ogni costo la salvezza del Paese. Il nostro contrassegno è formato dalla Stella d'Italia, lo stellone che esiste e che ci salva, e dal Fascio Littorio che rappresenta la forza, l'unione e la giustizia.
È di buon auspicio aver visto oggi l'adunata imponente delle giovani forze fasciste, poter inaugurare trenta o quaranta gagliardetti, che sono il simbolo alto della nostra passione. Noi non siamo servitori di interessi, non difendiamo le colpe della borghesia, e non bruciamo gli incensi al proletariato. Siamo le guardie della Nazione, di quaranta milioni di italiani, dei nostri connazionali all'estero, di tutto un patrimonio di storia e di passato.
Alzate i nostri gagliardetti, alzateli al sole, in questo cielo meravigliosamente italiano. È il tricolore consacrato dai nostri morti, davanti al quale dovete giurare che mai più permetterete ai tiranni di imperversare su queste terre. La massa fascista è pronta alla battaglia, è pronta alla sua marcia impetuosa. I Fascisti sono ormai cinquecentomila, tutti giovani, tutti gagliardi, tutti pronti alla battaglia per far grande l'Italia, non soltanto di territorio, ma anche di ricchezza e di civiltà. Voi, o cittadini della Lomellina, Voi siete certamente all'avanguardia, il grosso dell'esercito è in marcia! Quale è la meta finale? La meta finale della nostra marcia impetuosa è Roma, e a Roma vogliamo consacrare il diritto e la grandezza del popolo italiano. Ora e sempre!


Inserito da GFA il 5-II-2006 - Fonte: Pavia Tricolore