|
Per
la città di Pavia, la data del 23 novembre 1918
rappresenta il primo incontro con Benito Mussolini.
La conferenza, tenutasi in un Teatro Fraschini ricolmo
di persone, sarà occasione per l'allora direttore del
"Popolo d'Italia" di disquisire riguardo alla
vittoria ed alla ricostruzione politico-sociale della
nazione nel dopoguerra. Una orazione vibrante di
passione italica (così in molti la definiranno), che
sarà incitamento per i germoglianti Fasci Pavesi per la
conquista dell'Italia, in nome della sua grandezza e
dignità.
«Più che ad un
pubblico, Mussolini parlò ad una massa rigurgitante di
popolo, che gremiva ogni più riposto cantuccio del
Fraschini. Rinunciamo a fare la cronaca degli applausi
che spesso interruppero il valoroso direttore del
"Popolo d'Italia". Pubblichiamo qui, ben lieti
di poterlo fare, il discorso dal lui pronunciato, certi
di accontentare tutti i nostri lettori». ("La Provincia Pavese", 27 novembre 1918)
Nessun nemico interno od esterno può diminuire la
vittoria d'Italia, perché luminosa e decisiva, perché
già suggellata coi caratteri propri di storia mondiale.
Ma mi permetterete di intessere qui innanzi a voi l'elogio
del popolo italiano, non perché io cerchi i vostri
applausi, ma perché io penso che sia venuto il momento
di dire anche dure verità...
Noi siamo arrivati al culmine della nostra storia di
popolo italiano. Noi interventisti della prima ora, noi
che nel maggio del 1915 scendemmo in piazza e prendemmo
questa Italia che pareva intorpidita nella lusinga del
"parecchio" giolittiano, noi prendemmo questa
Italia pei capelli e le imponemmo questo grande
dovere...
Oggi il popolo italiano è più grande. Se Wilson ci
diede l'attributo di "grande popolo italiano"
gli è perché ce lo siamo conquistato durante 4 anni di
guerra. Il popolo italiano si diceva non avrebbe
resistito a 3 mesi di guerra, invece in 4 anni ha dato
prova di tenacia e valore ammirabili.
Oggi che la vittoria nostra è decisiva, si sente
qualcuno che va mormorando che non è dovuta al
sacrificio dei nostri soldati, ma bensì all'Austria
stessa. Ciò è falso. Il 24 ottobre avevamo davanti un
esercito formidabile, e ben precisò Diaz nel suo ultimo
bollettino di guerra, la proporzione delle forze. La
nostra vittoria ci è costata del sangue e noi non
dobbiamo limitarla al 24 ottobre soltanto, ma ai 4 anni
di guerra. Noi al momento buono abbiamo potuto dare il
colpo decisivo: non permettiamo a nessuno di menomare la
vittoria italiana o di diffamarla.
Siamo ora in un momento delicatissimo della nostra vita
nazionale. La nostra guerra aveva obbiettivi sacri. Noi
li abbiamo raggiunti: le nostre bandiere sono a Trento,
Trieste, Fiume, Zara, e ci rimarranno. Là ci sono
italiani che hanno spasimato di amore per noi, ci sono
italiani che sono per noi saliti sulla forca. Nazario
Sauro è istriano. Dove consacrazione più solenne del
diritto italico in questi paesi? L'Adriatico è
necessario all'Italia, ora la missione degli italiani è
nel Mediterraneo.
Gli obbiettivi nazionali sono adunque raggiunti. Ma noi
che volemmo la guerra abbiamo altre ragioni da far
valere. Coloro che hanno avute le carni straziate
parlano di guerra con venerazione. Se noi scendiamo nel
sacrario della nostra coscienza possiamo dire che il
nostro sacrificio non fu vano. Sono crollati gli imperi;
l'Austria non esiste più, non si sa nemmeno più ove
sia Carlo I. La macchina del militarismo tedesco è
spezzata. Il Kaiser è in Olanda, ma gli inglesi non gli
permettono di darsi alla pazza gioia. I neutrali ci
hanno già resi pessimi servigi e ce ne darebbero altri
più grandi se tenessero il Kaiser sotto la loro
protezione. Intanto negli imperi centrali scoppiano
troppo facilmente le repubbliche. Non dobbiamo troppo
illuderci sulle trasformazioni politiche che avvengono
in Germania. Non vorrei che gli italiani versassero
lagrime per gli assassini, perché essi sono ancora
quelli del Lusitania, del Belgio, ecc., e non si può
facilmente dimenticare ciò che essi hanno fatto anche
negli ultimi momenti. Un fatto solo è accertato: dove
esisteva la macchina più grande del militarismo umano,
si parla ora di repubblica.
Io credo che questo periodo di passaggio tra la guerra e
la pace non verrà contrastato da disordini. È
necessario essere soprattutto disciplinati e avere il
senso della responsabilità. La nostra situazione dal
punto di vista politico è buona come una grande Italia
lo richiede. Ma si è aperto il Parlamento e il popolo
italiano è ancora deluso. Tutte le volte che si apre,
un senso di disgusto si spande per tutta l'Italia perché
i deputati sono semplicemente preoccupati del loro
collegio elettorale.
Le classi lavoratrici hanno contribuito alla vittoria e
hanno diritto nella vittoria. L'enorme massa dei soldati
è costituita da lavoratori dei campi. Quelli che sono
stati in guerra, che hanno vissuto la guerra, che sono
andati all'assalto, rappresentano i migliori cittadini,
gli eletti, e sono quelli che hanno tutti i diritti di
governare l'Italia. Se qualche vile è rimasto e si è
arricchito, il soldato che torna dalla guerra lo deve
disprezzare e odiare.
Le classi lavoratrici italiane hanno il merito della
vittoria, e allora se ne deducano nuovi doveri e nuovi
diritti da prendere in considerazione. Non c'è il
proletariato, anzi questa parola va sostituita con
quella di "produttori". Un conto è combattere
un partito e un conto è proletariato sano che lavora.
Ci sono produttori borghesi e proletari, come ci sono
eroismi collettivi ed individuali.
Tutte le volte che la massa operaia reclama il suo
diritto alla vita, ha ragione. Il lavoro sino ad oggi è
stato impregnato da questi attributi: fatica e miseria.
Chi lavora dieci ore al giorno deve per forza
abbrutirsi. Cominciando a diminuire la giornata di
lavoro è, secondo alcuni, dare mezzo e occasione per l'operaio
di ubriacarsi. Ma se gli darete in mano dei libri,
allora non si assisterà al fenomeno dell'abbrutimento.
Dove vi sono orari eterni si delinea il fenomeno dell'abbrutimento
fisico e morale.
Tutti sono interessati a produrre. Sarebbe pazzesco
voler pretendere di raccogliere senza seminare. Il
proletariato non deve recidere la pianta per toglierle
il frutto. La fama turpissima di fannulloni ormai non
esiste più per noi. Quando i nostri meravigliosi
italiani sono andati all'estero e hanno fatto cose
prodigiose lo hanno dimostrato. Quando avremo prodotto
sarà possibile dire alla borghesia di far parte del
proletariato. Anche le masse lavoratrici devono
partecipare al congresso della pace. Non si tratta
soltanto di sistemare e tutelare, si tratta soprattutto
di costruire un edificio che non abbia più a crollare e
come ho detto, non devono essere esclusi dal congresso i
rappresentanti del lavoro. Il lavoro deve essere
rappresentato perché quelli che erano in trincea erano
lavoratori. Là si discuterà di molte cose, e perché
devono essere assenti quelli che hanno dato il più
vasto contributo di sangue?
Quattro sono i postulati che la classe operaia deve
declamare. La Patria non è una frase poetica: l'Italia
è una realtà, è qualche cosa che canta in noi. Non
possiamo e non dobbiamo essere antipatrioti. Bisogna
amare la Patria, amarla come si ama la madre. Se vi
potessi leggere il testamento dei nostri morti, che sono
morti gridando: "Viva l'Italia!", essi vi
insegnerebbero questo amore. Il nostro popolo non
conosce questa grandezza romana. Bisogna elevare la
cultura delle masse lavoratrici.
Dell'Italia non si tratta di grandezza morale. I
problemi fondamentali della nostra vita nazionale sono
dieci o dodici. Bisogna eliminare sopra tutto due
nemici: l'alcool e la tubercolosi. Vi deve essere pure
un rinnovamento interno. I tre o quattro milioni di
uomini che tornano dalle trincee devono vedere l'Italia
col suo Parlamento intero. Bisogna loro presentare l'Italia
nuova, e tutti quanti hanno sabotato la guerra, devono
essere spazzati via come un castello di carte. Bisogna
fare in modo che questa trasformazione debba essere
fatta con ordine e che l'Italia possa realizzare i
frutti della sua vittoria.
Il vostro giornale reca questa frase: "La Patria
non si nega, ma si conquista". La Patria è nella
lingua, nei costumi, e la Patria bisogna conquistarla
col lavoro e colla sobrietà. L'Italia di domani deve
essere grande soprattutto pel lavoro. Solo così sarà
ricca, forte, in pace col mondo civile.
|