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Nel 1993 l'Ordine dei Giornalisti divulgò, dopo averla redatta, una
"Carta dei doveri del giornalista". Si tratta di una sorta di patto che i giornalisti italiani intesero firmare con i cittadini, consapevoli che alla base del loro lavoro
c'è proprio il rapporto di fiducia tra la categoria e il popolo.
Tra i principi individuati in questa "Carta dei doveri" figura
l'impegno a «rispettare, coltivare e difendere il diritto d'informazione di tutti i
cittadini [...], ricercare e diffondere le notizie di pubblico
interesse [...], correggere tempestivamente e accuratamente i suoi errori o le
inesattezze [...], favorire la possibilità di replica
[...], non omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione
dell'avvenimento». In merito alla rettifica e replica la
"Carta dei doveri" scende ancor più nel dettaglio, chiarendo che non si tratta di una tutela legale cui ricorrere, ma
di un preciso impegno delle redazioni conforme alla deontologia e alla dignità del
"mestiere".
C'è da chiedersi se la redazione della Provincia Pavese abbia in realtà fatti suoi questi principi o se lavori
"in deroga", limitandosi molto riduttivamente solo a
"prendere atto" di strabilianti scorrettezze, volute omissioni e deliberati dinieghi alla replica, così come ho potuto appurare attraverso un colloquio telefonico con la Direttrice
dell'unico foglio d'informazione pavese.
Mi sono posto l'interrogativo in occasione della presentazione del mio ultimo libro,
"Vivere nel cuore di chi resta significa non morire mai", nella sala
dell'Annunciata a Pavia lo scorso 16 febbraio.
Assenti ad un conferenza stampa indetta dagli organizzatori della serata cui erano stati regolarmente invitati, i cronisti della Provincia Pavese hanno diramato 6 giorni prima la notizia, riprendendo e virgolettando i comunicati ricevuti, che esponenti di Rifondazione Comunista chiedevano di negare
l'utilizzo della sala pubblica perché la presentazione del mio libro sarebbe stata solo una scusa, in realtà si stava organizzando un
"raduno regionale". Già in questa circostanza, è buona norma, normalmente messa in atto, che il cronista di redazione, che nel caso specifico non firma
l'articolo del 10 febbraio, interpelli la parte fatta segno
dell'attacco politico per «favorire la possibilità di
replica».
Si badi che in tutta la vicenda non ci sarebbe motivo di dissidio con gli esponenti comunisti, e ciò nonostante affermino il falso quando definiscono la presentazione del mio libro
"una scusa". Ciò se non altro perché non gli si può negare una fondamentale coerenza con la loro migliore tradizione.
Stalin diceva che «la menzogna non è solo un'arma legittima,
ma la più formidabile delle armi per l'affermazione del
comunismo». Aberrante è invece la gestione giornalistica della vicenda che vede come notizia diramata solo la bugia.
A nulla è servito un comunicato di replica degli organizzatori della serata, che telefonicamente sono stati anche rassicurati dalla Direttrice del giornale, né una lettera mia, autore del libro presentato la sera del 16 febbraio.
Che si trattasse di «una notizia di pubblico interesse» basterebbe il fatto che un libro dovrebbe avere sempre tale caratteristica, a maggior ragione quando, come nel caso specifico, approfondisce un fatto di cronaca che occupò per settimane le pagine dei principali giornali italiani.
A supporto della rilevanza dell'evento, lo spropositato impegno delle forze
dell'ordine, che nella piazza antistante ci farà contare almeno 40 uomini, due mezzi antisommossa e il ben più pericoloso bollettario della Polizia Municipale.
Lo sgombero del tutto ingiustificato del parcheggio antistante la sala, con la rimozione forzata dei veicoli, è stato certamente il fatto più antipatico della vicenda, in considerazione del danno subito dai proprietari dei veicoli vessati del tutto ingiustamente e verso i quali esprimiamo la nostra solidarietà.
Ma la Direttrice della Provincia Pavese non dispone neanche
l'invio di un cronista alla serata, se non altro per costatare la veridicità delle notizie riportate e concedere, se non la replica,
l'opportuna verifica. Volendo trovare una ragione a tale assurdo comportamento della redazione pavese esso va ricercato in una non attenta vigilanza
sull'obiettività dei cronisti e nello specifico in chi ha redatto e non firmato
l'articolo del 10 febbraio o in una non meno colpevole leggerezza nella gestione delle notizie trattate.
Ciò che disarma è l'atteggiamento della Direttrice che si limita a
"prendere atto", con malcelata noncuranza, di un simile comportamento della sua redazione.
C’è solo da augurarsi che quanto prima i pavesi possano contare su un secondo quotidiano nelle loro edicole, i cui giornalisti abbiano maggiore rispetto dei loro lettori.
Sì! Perché una gestione delle notizie improntata a simili criteri, o forse senza alcun criterio, è lesiva innanzitutto per i lettori e poi per chi, scrivendo un libro, vede non rispettato il diritto ad esprimere il suo pensiero.
Anzi trova in una redazione giornalistica il veicolo utilizzato da ben dichiarate forze politiche per travisare e mentire sulla sostanza della sua presenza nella città di Pavia.
Pino De Rosa. |