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Ricordiamo,
con uno scritto dell'Avv. Augusto Vivanti, la figura di
Luigi Guicciardi, già Prefetto di Pavia. A distanza di
novant'anni, di questa fulgida figura di patriota altro
non rimane, nella coscienza comune pavese, che il nome,
legato com'è alla piazza che gli fu dedicata, accanto
alla Prefettura dove svolse con solerzia ed umanità non
comuni il proprio compito.
Importante è però scorgere, oltre il ruolo
istituzionale che ricoprì, l'eroismo di un uomo che,
noncurante della propria sicura ed agiata posizione di
rilievo sociale, partì volontario e combatté sino al
sacrificio estremo, solo per amor di Patria.
Tra le varie notizie rilevate dalla stampa, nel mese di giugno, una trasmessa da Sondrio: si riferiva alla domanda di arruolamento
volontario presentata al Distretto di Lecco dal Dott. Luigi
Guicciardi, già prefetto di Pavia. La notizia, già di per sé significativa, doveva avere, dopo pochi giorni, un drammatico ed eroico epilogo: la morte di fronte a Gorizia. Commosse tutta l'Italia e profondamente la nostra città.
Il Comm. Luigi Guicciardi, patrizio valtellinese, aveva retto per due anni la Prefettura di Pavia. Era stato studente in giurisprudenza nel nostro Ateneo, degno discendente di una famiglia di patrioti; di spirito aperto alle ispirazioni dei giovani, non poteva dimenticare, nell'esercizio della sua alta carica, di essere rappresentante di un Governo che, allora, era vincolato al trattato della Triplice Alleanza. Il suo carattere, severo e d'un pezzo, sapeva nascondere nell'adempimento del dovere i sentimenti interiori.
Frequenti erano in quegli anni in Pavia le dimostrazioni irredentistiche degli studenti. Fu in occasione della condanna del triestino Mario
Sterle, reo di avere distribuito scritti mazziniani, che la gioventù universitaria insorse e, dopo un acceso comizio nell'Aula VI, si riversò in Strada Nuova formando un tumultuoso
corteo che, rovesciata la bandiera italiana in segno di spregio, davanti alla Prefettura si portò al monumento di Garibaldi. Qui furono pronunciati violenti discorsi contro l'Austria, tanto incendiari da bruciare, tra gli applausi, una improvvisata bandiera
giallonera.
Avvennero tafferugli con la forza pubblica, una commissione salì in Prefettura a parlamentare
perché fossero rilasciati alcuni studenti, trovando nel Prefetto Guicciardi un esecutore di ordini severo ma che voleva anche giustificare un atteggiamento di necessità, non condiviso dall'animo suo.
«Ricordatevi, studenti - ci disse mitigando la dura reprimenda - che il giorno in cui vi sarà la guerra all'Austria, io sarò il primo a
partire». Ma non era tutto.
L'Università di Pavia, l'unica in Lombardia, centro fervente di ingegneri impazienti ed anticonformisti, focolaio di patriottici e ribelli slanci giovanili, era guardata a vista dalle autorità consolari della monarchia
asburgica. L'episodio della bandiera bruciata era arrivato presto a Milano; a Roma, fu oggetto di un immediato intervento alla Consulta.
Il Prefetto Guicciardi , che non aveva saputo o voluto reprimere il gesto con drastici provvedimenti nei confronti degli irrequieti e compromettenti dimostranti, venne collocato a riposo per ordine del Ministero degli Interni.
Alla dichiarazione di guerra il nobile valtellinese non dimenticò la solenne promessa e a 60 anni presentò domanda per essere arruolato semplice soldato, lui che aveva il grado ufficiale, laureato, alta carica di Stato. Non volle attendere, ma partire tra i primi, semplice fante fra i fanti senza nome. Fu assegnato al 73°
Rgt. Fanteria Brigata Lombardia in uno dei settori più micidiali di quei primi giorni di guerra, a
Peuma, dove cadde eroicamente il 12 Luglio 1915. La notizia della morte, appena giunta, a
Pavia trovò il commosso e profondo rimpianto dei cittadini. Di lui scrisse un accorato e vibrante necrologio l'On. Roberto
Rampoldi. «Spirito buono e profondamente onesto, sprezzante di ogni bassezza, già una prima volta era stato allontanato da una cospicua Prefettura per aver voluto che la legge avesse impero contro la
prepotenza. [...]
È caduto combattendo, negli anni in cui è cara la pace, quando la coscienza è in riposo con se stessa, contro quello stesso paese che l'innato amor patrio gli aveva insegnato a
detestare. [...] L'esempio di lui sia incitamento a tutti coloro dai quali la Patria attende la sua salute e la sua
gloria».
Il "Giornale d'Italia" dedicò alla eroica fine di Luigi Guicciardi un lungo e significativo articolo intitolato
"Il Prefetto a riposo". «Chi sapeva - si domandava il quotidiano di Roma - che un Prefetto a riposo, un uomo di nobile famiglia, si fosse arruolato volontario e, malgrado l'età, fosse corso sul fronte a combattere? Nessuno ne parlò:
né i giornali, né gli amici, né la città "parlamentare" che ha fatto eco ad ogni partenza di onorevoli e che ha accolto nei suoi giornali i loro saluti per gli amici e per gli
elettori. [...] Il sacrificio incomincia qui: nel silenzio, nel disinteresse, nella purità più assoluta e più commovente. Aveva scritto prima di partire :
"Non avendo per ora figli al campo, ho pensato bene di andarvi io e mi sono arruolato nel
73° Fanteria. Credo sarò il solo volontario di professione Prefetto a riposo, ma spero di non rappresentare indegnamente la
classe"».
Pavia onorò l'eroica figura di Luigi Guicciardi dedicandogli la Piazza antistante la Prefettura e ricordandolo con un medaglione in bronzo, opera di Alfonso
Marabelli, sul Palazzo del Governo.
L'epigrafe è la seguente: «Quando la giovinezza d'Italia - impose dignità coscienza audacia - per le glorie antiche e nuove della stirpe - Luigi Guicciardi - patrizio valtellinese - rimosso nel 1913 da Prefetto di Pavia - per averne condiviso la passione redentrice - fu con essa soldato e artefice della vittoria - donando alla Patria la nobile
vita sul Peuma il 12 Luglio 1915 - Il Consiglio Provinciale qui ne ricorda e
onora - in perpetuo - il nome la fede il sacrificio».
Nel 1921, quando i resti di Luigi Guicciardi furono traslati dal cimitero di guerra dell'Isonzo alla terra natale, Giovanni
Berlacchi, poeta valtellinese delle italiche libertà, celebrò in un
epicedio l'eroismo e l'esempio dell'illustre conterraneo:
«Ritorna - dal tumulo di guerra oggi la spoglia - e la saluta il canto del Mallero irrompente - in grembo al maggiore fiume - come un giovane popolo nell'ampia - storia del
mondo... - Un sonar lontano - di pasque ignote ancora - vien dal
futuro. - Nulla andò perduto... - Sangue di plebe e gloria di
eroi... - Nulla fu invano». |