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Il
Festival dei Saperi: un'iniziativa che ha fatto parlare di sé, nel bene e nel
male. Sicuramente un evento da riproporre negli anni a
venire, necessario com'è ad una città come Pavia, che
della cultura vorrebbe fare la propria prerogativa, ma con criteri più consoni alla struttura della città.
Da un movimento politico come quello cui apparteniamo, i
più diffidenti si potrebbero aspettare, per pregiudiziale politica ed ideologica,
un commento negativo sulla giunta comunale, e quindi, indirettamente, sulla manifestazione in questione. Ma ciò non è nel nostro intento né nel nostro stile.
Riteniamo invece che l'iniziativa della Sig.ra Capitelli abbia il pregio della novità,
e vada apprezzata per l'encomiabile intento di risvegliare la città
dal proprio decennale torpore e riportarla al suo naturale
ruolo di eccellenza nazionale ed internazionale in campo artistico
e culturale.
Non mancano da parte nostra, tuttavia, numerose perplessità,
riguardanti per lo più il concreto utilizzo delle ingenti risorse
economiche messe in campo e le metodologie seguite nella
scelta delle iniziative e nella definizione delle relative
tempistiche. Innanzitutto, appare prioritaria la necessità di evitare la sovrapposizione di un
grande evento culturale con la tradizionale festa del Ticino,
in modo da non compromettere i fragili equilibri delle due manifestazioni e, soprattutto, evitare di saturare Pavia con
l'affluenza di masse incontrollate. Avremmo preferito,
poi, piuttosto che due giorni
caratterizzati dal quasi caotico affastellarsi di illustri
personalità e di pretenziose iniziative, un chiaro segnale di rivalutazione
dell'inestimabile e millenario patrimonio storico della
nostra città, una seria presa di coscienza nell'ottica
della valorizzazione della storia pavese e dell'identità
locale. Troppi tra i numerosi e preziosi beni
storico-artistici pavesi versano in un increscioso ed
incomprensibile stato di abbandono e degrado, dovuto, secondo
ciascuna delle varie giunte comunali succedutesi negli
ultimi decenni, alla consueta mancanza di fondi. Fondi che
invece, a quanto pare, c'erano, ma che andavano
evidentemente spesi per far sì che la Pavia bene, alla
vista di personaggi di fama internazionale, si sentisse un
po' meno provinciale, e per organizzare iniziative che
sanno, più che di autentica cultura, di "moda
culturale", di salotto buono in tipico stile "radical-chic".
Passata la festa, poco o nulla rimane di queste iniziative,
mentre - solo per fare qualche esempio - lo straordinario
complesso delle chiese romaniche pavesi, che probabilmente,
presto, verranno dichiarate dall'UNESCO patrimonio
dell'umanità, annoverano ancora tra le proprie fila insigni
edifici ridotti da secoli allo stato di magazzino, come la
chiesa di Santa Mostiola, in via Porta; mentre le
testimonianze del glorioso periodo di Pavia capitale del
Regno Longobardo, testimonianze che si contano sulle dita di
una mano, annoverano ancora tra le proprie fila esempi di
degrado e di abbandono come quello cui è sottoposta da
decenni l'antica chiesa di Santa Maria delle Cacce; mentre
l'immenso patrimonio racchiuso entro le mura del Castello
Visconteo, presso i Musei Civici, rimane praticamente
sconosciuto non solo al grande pubblico, ma anche ai pavesi
stessi, a causa della mancanza di infrastrutture moderne, di
stanze riscaldate, di adeguati piani di
recupero, ove necessario, e di carenza di personale. Non
c'è scusa che possa giustificare l'abbandono di quadri e di
sculture di valore inestimabile, confinati da tempo immemore negli
scantinati, a deteriorarsi ogni giorno di più.
Riteniamo che l'organizzazione di un evento che riporti la
cultura a Pavia e Pavia alla cultura debba necessariamente
prendere le mosse da ciò che di prezioso è già presente
in città, e ne costituisce il volto più autentico, e non
dalle remunerative lusinghe degli sponsor. Solo quando Pavia
avrà ripreso pieno possesso del proprio patrimonio
culturale, impiegando le proprie risorse nella
riqualificazione di quei beni durevoli che stanno proprio
alla base del secolare prestigio della città, il Festival dei Saperi,
debitamente modificato, potrà svolgere appieno la propria
funzione di ribalta per i nostri artisti e scienziati locali,
e di autentico evento culturale, con la presenza di grandi figure di fama internazionale come per
quest'anno la Dott.ssa Hack o Alberto Angela. Perché il Festival dei
Saperi sia degno del nome che porta, è da Pavia che bisogna
partire, costruendone le fondamenta con il durevole
patrimonio di secoli di storia pavese, e non con l'effimero
svolgersi di una carrellata di eventi mondani, con la viva e
vera identità locale, e non con mode e vezzi artificiali
importati dagli schermi televisivi.
Questo, per noi, cittadini pavesi, dovrebbe essere il primo passo concreto per uno sviluppo
sicuro e prolungato nel tempo: inutile sottolineare come un
evento del genere, se ben progettato e gestito, abbia
conseguenze positive non solo in campo culturale, ma anche
in campo economico. Al contrario, si continuasse su questa
strada, spendendo fiumi di denaro pubblico per un festival
senz'anima, ciò che oggi appare come una curiosa ed
interessante novità non tarderebbe a rivelarsi per quello
che realmente è: l'ennesima trovata pubblicitaria per gli elettori,
l'ennesima fregatura per i contribuenti. E di storie come
queste, oggi, siamo davvero stanchi.
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