NOTIZIE - FAMIGLIA, MA QUANTO MI COSTI?

ROMA - Famiglia, quanto mi costi? Era questo il provocatorio tema con cui il Forum delle Associazioni Familiari, insieme all'Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, ha voluto chiamare in causa le istituzioni proprio all'inizio della XV legislatura. Il convegno si è tenuto ieri nei locali del Cnel a Roma. «La giornata - ha osservato Giuseppe Barbaro per il Forum - si prefigge di confermare la soggettività sociale della famiglia e rilanciare la sua centralità anche politica. Scopo del convegno è individuare i costi umani, sociali ed economici che affronta chi decide di fare famiglia». Infatti «la reciprocità» che caratterizza i matrimoni con figli, può rappresentare uno dei dinamismi fondamentali della nostra civiltà. Una realtà che «deve generare socialità, incidendo nella vita delle città e sulla cultura». Il Direttore Generale del Ministero del Lavoro, Giovanni Daverio, ha ricordato la svolta impressa con il libro bianco sul Welfare del 2003, che ha sottolineato il valore di "capitale sociale" costituito dalla famiglia.
L'analisi economica sul costo dei figli è stata elaborata da Federico Perali, del Dipartimento di Scienze Economiche di Verona. Secondo lo studioso si deve distinguere tra i costi necessari al mantenimento e quelli indirizzati all'accrescimento, che comprendono anche il tempo dedicato dai genitori, e le spese educative in genere sostenute. Il primo parametro si aggira per un bambino da 0 a 5 anni sul 19,4% in più del costo sostenuto per il mantenimento di un coppia senza figli, sul 16% nella fascia 6-13 anni, e sul 18% nell'arco 14-18. Ma il punto saliente è che l'andamento demografico non è influenzato da questi fattori, ma dalle spese di accrescimento che sono difficilmente determinabili. Perali, comunque, ha portato un altro elemento a sostegno delle richieste delle famiglie numerose, in quanto ha affermato che nella spesa familiare non sembra vi siano economie di scala significative. Inoltre ha sottolineato la penalizzazione costituita dai meccanismi che regolano le tariffe. «L'Isee - ha aggiunto - rappresenta in modo inappropriato le reali condizioni socio- psicologiche dei membri della famiglia». Dopo aver sottolineato che la politica familiare si compone al tempo stesso di misure universali e provvedimenti riservati ai nuclei in situazione di indigenza, il direttore del Cisf, Francesco Belletti, ha presentato i risultati di una indagine condotta sulle politiche di contrasto alla povertà in 6 regioni. Secondo una definizione multidimensionale della povertà, l'8,3% delle famiglie rientrano in un'area di vulnerabilità sociale, cioè sono insoddisfatte della condizione economica, hanno una inadeguata dotazione di risorse di base e secondarie, hanno accusato un peggioramento nei 2 mesi precedenti, hanno fatto fatica a pagare bollette, affitto e trasporto. Il 6,5% è invece in un'area di povertà conclamata, con deprivazioni multiple. Non sono soddisfatti della condizione economica, della salute, delle relazioni familiari ed amicali e di come occupano il tempo libero. Vivono in spazi ristretti e in cattive condizioni igieniche. Queste due aree sono costituite per lo più da disoccupati, anche se ci sono alte percentuali di operai e pensionati. Belletti ha sottolineato che il disagio è spesso caratterizzato da un malessere relazionale. Non è raro il caso in cui le amministrazioni locali risentono di una certa inadeguatezza degli strumenti a disposizione, e più in generale della carenza di risorse, situazione che spesso induce alla ricerca di soluzioni innovative.
In genere, gli enti locali si limitano a intervenire secondo una logica di sportello, non avendo le risorse sufficienti per andare alla ricerca delle famiglie che pur avendo necessità, non fanno ricorso agli aiuti pubblici. Sicché l'incontro con il sostegno delle amministrazioni pubbliche arriva quando oramai è troppo tardi. Un fattore positivo è, comunque, costituito da una collaborazione tra enti locali, famiglie e terzo settore. La ricerca volta ad individuare «le buone pratiche» partiva dal presupposto che l'associazionismo familiare, come ha rilevato il sociologo, «deve confrontarsi con la crescente centralità degli enti locali nel realizzare interventi a favore della famiglia».
«Il problema di fondo - ha sottolineato Pierpaolo Donati - è la mancanza di equità generazionale riscontrata nel nostro Paese. Per porvi rimedio è necessario incidere sulle variabili macroeconomiche». Si tratta cioè di trasferire una quota della nostra elevata spesa pensionistica, 13,8% del pil, all'investimento nelle nuove generazioni. Infatti, i figli non devono essere considerati «un bene di consumo», come una concezione privatistica della famiglia vorrebbe. Ma «un bene meritorio», cioè sono un valore in quanto tale. «Sono un bene relazionale» ha specificato il sociologo. Donati, mostrando i limiti del welfare liberale e laburista, basato sulle opportunità individuali, ha indicato come soluzione l'adozione di un welfare societario che potenzi la relazione genitori-figli e la soggettività familiare. Il sistema politico deve interagire, operando tra l'altro una redistribuzione di risorse tra chi non ha figli e chi ne ha. Altri attori sono le famiglie e le loro reti naturali, e il Terzo Settore. Ma anche le aziende sono chiamate in causa. A questo proposito il sociologo ha riferito che in Austria ci sono banche che hanno adottato 100 diversi schemi di part-time per venire in contro ai dipendenti che hanno figli, mentre in genere nel mondo occidentale numerose multinazionali hanno adottato politiche favorevoli alla famiglia.

di Pier Luigi Fornari.


Inserito da DDS il 21-V-2006 - Fonte: Avvenire