NOTIZIE - FUMO DI SATANA NELLA CHIESA? LE AMMISSIONI DELL'AUTORITÀ SULLA CRISI POST-CONCILIARE

Ci eravamo ripromessi, nel nostro precedente intervento su questo sito, di ritornare sull'argomento della crisi che attraversa la Chiesa Cattolica nel presente periodo storico e che si manifesta, in tutta chiarezza, almeno a partire dalla svolta "epocale" - nel bene e nel male - rappresentata dal Concilio Vaticano II, conclusosi nel 1965. Ce ne offre il destro quanto ci riferisce un collaboratore di queste pagine con riguardo a sconcertanti dichiarazioni pronunciate dal vescovo Mons. Milingo, secondo il quale oltretevere si anniderebbe nientemeno che il demonio.
Ora, noi ci sforziamo di restare fedeli alla buona regola che impone di vagliare il peso e il contenuto di verità di un'affermazione anche alla luce dell'autorevolezza del soggetto dal quale essa promana. Sicché ben potremmo liquidare l'affermazione sopra ricordata come l'ultima "boutade" di un discutibile prelato, resosi noto in tempi recenti più che per la sua attività pastorale, per la grottesca partecipazione, in qualità di "sposo", ad uno dei farseschi riti matrimoniali di massa promossi dal Reverendo (sic!) Moon. È appena il caso di rammentare - incidentalmente - come, in quell'occasione, l'abile operazione diplomatica gestita dall'allora Viceprefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ed ora Arcivescovo di Genova, Card. Tarcisio Bertone, al fine di ricondurre all'ovile la pecorella smarrita, abbia avuto l'indubbio merito di evitare che, con la fuoriuscita del vescovo africano dalle fila della Gerarchia Cattolica, si potesse giungere alla costituzione di una nuova confessione pseudo-cristiana capace di recare con sé vasti strati di fedeli del continente nero, laddove la Chiesa già deve fronteggiare il diffondersi ed il prosperare, accanto all'Islam, delle religioni animiste e delle più disparate denominazioni variamente riconducibili all'area protestante.
È pertanto evidente, per riprendere il filo del discorso, che le parole di Mons. Milingo non sarebbero, di per sé, ratione personae, tali da suscitare una seria riflessione. Sennonché esse, forse loro malgrado, riecheggiano nella nostra mente allarmi ben più autorevoli e che, dagli anni '60 ad oggi, non hanno mancato di dimostrarsi più che fondati. Ci riferiamo, anzitutto, alle parole di Papa Paolo VI, il quale, nel pieno della buriana post-conciliare, ebbe a denunciare la penetrazione del «fumo di Satana» all'interno della Chiesa, alludendo all'insinuarsi, nelle Università, nei Seminari, nei centri di studio e nei pulpiti dei predicatori di un «pensiero non cattolico» che, da tali sedi, si propagava e diffondeva come peste nella cristianità. Papa Montini, in modo estemporaneo e non organico né energico, come sarebbe stato il caso di pretendere, riportava così l'attenzione sulla pericolosità del pensiero modernista, «sintesi di tutte le eresie», come era stato definito dal suo predecessore San Pio X, il quale, al tema, aveva dedicato la fondamentale enciclica "Pascendi" nel 1907. Immanentismo, soggettivismo, relativismo, storicismo, critica del dogma e concezione antropocentrica con conseguente svilimento della dimensione trascendente: questa l'essenza di un fenomeno dalle radici profonde e lontane, che validi studiosi riconducono ai filoni gnostici presenti già in epoca mosaica ed ispiratori - dall'ombra - di eresie, scismi e settarismi variamente combattuti e vinti dalla Chiesa nel corso dei secoli come nemici esterni, oggi invece penetrati nelle "stanze dei bottoni". Paolo VI riconosceva che un simile pensiero non cattolico, ancorché maggioritario, non sarebbe mai divenuto il pensiero ufficiale della Chiesa Cattolica, né avrebbe potuto sostituirsi a questo.
Gli effetti devastanti della sua diffusione ai più alti livelli della Gerarchia, nonché nel sentire comune di larghi strati di fedeli, peraltro, sono sotto gli occhi di tutti e accompagnano il fenomeno di secolarizzazione oggi in corso. Al credo tradizionale sono subentrati, quantomeno nella prassi, altri valori, imposti con l'autorevolezza del dogma benché privi di fondamento scritturistico, ad onta dei proclami dei loro fautori. Parliamo di ecumenismo esasperato, malintesa libertà religiosa, solidarismo filantropico, di regola accompagnati da chiari atteggiamenti di riluttanza verso l'Autorità del Magistero Perenne, insubordinazione alle norme morali, smania di innovazione in ogni campo e smarrimento conclusivo di senso del sacro. Insomma, piaccia o no, al di là delle trionfali celebrazioni per i quarant'anni dalla chiusura del Concilio, la crisi c'è e mina il contenuto stesso dell'identità della Fede. Ne è prova ulteriore, e forse meno nota, un'amara constatazione di Giovanni Paolo II, al quale pure non abbiamo risparmiato la critica di non avere svolto il ruolo incisivo che gli sarebbe spettato nel frenare il processo di "autodemolizione" della Chiesa. Nel 1981, egli fu infatti costretto a rilevare le disastrose conseguenze del dilagante progressismo modernista in un passaggio di cui, per la sua vivida lucidità, riportiamo un ampio stralcio: «Bisogna ammettere, con realismo e sensibilità attenta e profonda, che molti cristiani si sentono perduti, confusi, perplessi e anche delusi: idee contrarie alla verità rivelata, insegnate giorno per giorno, sono state diffuse a piene mani; nell'ambito dogmatico e morale sono state propagate vere eresie che creano dubbi, confusione, ribellione.
È stata manipolata la stessa liturgia. Caduti nel relativismo intellettuale e morale fino al tutto è permesso, i cristiani sono tentati di ateismo, di agnosticismo, di illuminismo vagamente moralistico, di un cristianesimo sociologico senza dogmi definiti e senza morale definita» (cfr. "Osservatore Romano della Domenica", ed. francese, 17 febbraio 1981, riportato in O. Nardi, "Gnosi e Rivoluzione", Milano, 1991, p. 102). Per tali motivi il defunto pontefice indicava, allora, la necessità di riprendere dalle fondamenta l'opera di evangelizzazione, partendo dall'esposizione delle verità più elementari nella loro pura semplicità, scevra da fuorvianti elucubrazioni.
Tuttavia le cose non sono poi tanto migliorate. Ancora nella famosa omelia dello scorso Venerdì Santo il Card. Ratzinger, in veste di Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, non ha omesso un chiaro riferimento alla permanente attuale grave situazione, tratteggiando un quadro a tinte fosche che ha ottenuto il giusto risalto su tutta la stampa. Più recentemente, proprio in occasione delle celebrazioni dei quarant'anni dal Concilio, Benedetto XVI, ritornando implicitamente sull'argomento, ha infine riconosciuto: «Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni la descrizione che il grande Dottore della Chiesa, San Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo, tra l'altro: "Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l'uno contro l'altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa, falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede" (De Spiritu Sancto, XXX, 77, PG 32, 213°; SCh 17 bis, PG 524)» (cfr. Discorso ai Membri della Curia e della Prelatura Romana, 22 dicembre 2005, riportato in "Instaurare omnia in Christo", anno XXXIV n. 3, sett.-dic. 2005, p. 1 s.). Ancorché forse viziate dall'idea che l'ultimo Concilio sia stato solo mal compreso, anche queste parole sono dunque illuminanti.
In definitiva, possiamo concludere che la crisi di cui andiamo discorrendo è un dato di fatto ed è nota da tempo a chi nella Chiesa stessa riveste la massima autorità. Da un lato, però, occorrerà forse una maggiore capacità di metterne a fuoco le cause, con il coraggio di iniziare a ridiscutere alcune delle scelte che nel recente passato hanno apertamente contraddetto la bimillenaria Tradizione ed il depositum fidei. Dall'altro, in ogni caso, sarà opportuno non nascondersi che gli agenti della Rivoluzione, più o meno consapevoli del loro ruolo, si trovano oggi nella posizione di coloro i quali dovrebbero vigilare dagli attacchi del nemico e che, da tali posizioni, impediscono che all'analisi del problema seguano interventi idonei a ristabilire l'ordine. Già, verrebbe da domandarsi, ma allora quis custodiet ipsos custodes? Noi confidiamo nella speciale assistenza che lo Spirito Santo vorrà accordare all'attuale pontefice per la missione che l'attende in questa particolare situazione, nella consapevolezza che, comunque, «portae inferi non praevalebunt» (cfr. Mt., 16 - 18).

di Marco Rossini.


Inserito da GFA il 27-II-2006 - Fonte: Pavia Tricolore