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A 60
anni dalla morte di Arturo Bianchi, fucilato all'alba del
1° maggio 1945, a seguito delle decisioni del tribunale del popolo costituito dal
CLN la notte del 30 aprile 1945, assieme al Questore Angelo Musselli,
all'Ufficiale BN Edoardo Baldi, al Colonnello BN Luigi Dainotti,
al Vice-Federale Fausto Pivari, ed all'agente dei Servizi
Segreti Giovanni Saporiti, pubblichiamo, al fine di
ricordarne la poco conosciuta storia, un brano di Fabrizio
Bernini, tratto dalla prefazione della ristampa di "A Noi! -
Storia del Fascismo Pavese", libro scritto dal Bianchi
stesso, recentemente riproposto in anastatica dall'editore
Gianni Iuculano.
Arturo Bianchi, insegnante e combattente durante la Grande Guerra, reduce avvilito e insoddisfatto della dannunziana "vittoria monca", era originario di Copiano, nella campagna pavese che si fonde con quella milanese e lodigiana, a nord del capoluogo.
Dopo la sezione pavese del Fascio di Combattimento, nacque quella di Copiano, promossa dal Bianchi stesso, forte di ben 350 iscritti nell'aprile 1921, dotata di ben tre squadre d'azione che in lui ebbero il loro
"deus ex machina". Di provata fede, Bianchi era tipo "fegatoso", non si "tirava indietro" e, nel tumultuoso biennio che precedette la
Marcia su Roma, affrontando le squadre degli "Arditi del Popolo", i cosiddetti "bolscevichi", come venivano con disprezzo definiti i comunisti, sarà più volte malmenato e ferito anche seriamente.
A Genzone, ad esempio, il 25 maggio 1921 Bianchi fu talmente picchiato con brutalità dai comunisti, da renderlo irriconoscibile. Pochi giorni dopo, con il volto gonfio e lacerato da ecchimosi, a ricordo dell'accaduto, si fece fotografare, con cipiglio fiero e di sfida, a braccia conserte, come se volesse dire agli avversari
«ecco, sono ancora qui!».
Ai primi di agosto di quell'anno Bianchi sarà nominato Aiutante
Maggiore del del I° Battaglione Ciclisti del Gruppo Camicie Nere di Pavia, quello del professor Angelo Nicolato che ebbe il suo "battesimo del fuoco" nella spedizione contro
Binasco, definito "mandamento sovversivo"; qui il nostro personaggio sarà nuovamente ferito.
Il 17 ottobre poi, in un nuovo duro scontro avvenuto ad Albuzzano tra le squadre del Bianchi e gli Arditi del
Popolo, moriva lo squadrista copianese Angelo Bellani. Al caduto, il 21 ottobre successivo a
Villanterio, Bianchi dedicava la costituita squadra d'azione "Disperatissima Angelo
Bellani" che accorpava le squadre di Copiano,
Vistarino, Magherno, Torre d'Arese, Genzone, Inverno, Gerenzago e
Monteleone. Con gli squadristi di questa nuova unità, il 3 ottobre 1922, Bianchi partecipava all'assalto a Milano della sede del quotidiano socialista
"Avanti!". Nell'operazione, promossa da Cesare Forni, il "ras
lomellino" per eccellenza, Bianchi collezionava un'altra ferita, questa volta alla mano sinistra, mentre il 29 ottobre, lo stesso, nel giorno fatidico della presa al potere, occuperà con la sua Coorte la caserma di
Villanterio.
Come gran parte dei reduci in camicia nera dello squadrismo, Bianchi sarà inquadrato nel 1923 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza
Nazionale, il "braccio armato" del Regime, con il grado di
Seniore, anche se preferirà ritornare, durante il Ventennio, all'insegnamento.
Fondò infatti a Pavia l'Istituto Tecnico Pareggiato Bianchi, una scuola privata con annesso Collegio Convitto, dedicato al Milite Ignoto e posto successivamente sotto l'egida dell'Opera Nazionale Balilla.
Dedicata ad Angelo Bellani, la scuola ospitava gratuitamente gli orfani dei caduti per il Fascismo ed ebbe notevole successo per il numero degli iscritti e la serietà didattica che la permeava.
Nel 1926-1928, la scuola, ampliata, comprenderà i corsi: elementari, complementari, ginnasio, tecnico e magistrale, con una percentuale complessiva di promossi del 90%.
È lo stesso Bianchi ad osservare che:
«I metodi possono essere molti, i risultati pochi, quando si è nel campo dell'educazione. Uno dei metodi nostri è questo: per i più arditi rimproverarli acerbamente, se occorre a collegio
schierato». Se la terapia non bastava o in alternativa, come raccontano ancor oggi alcuni ex-allievi, il professore Bianchi non si faceva scrupolo di far volare ceffoni che alcuni di loro, col senno di poi, non esiteranno a giustificare come necessari, ringraziando in lettere il loro professore per averglieli rifilati a fin di bene.
Con il luglio 1935, l'ex-squadrista, allora preside-rettore, si arruolerà volontario nelle costituende legioni destinate alla guerra in Etiopia. Ebbe il comando della Compagnia Comando della
107ª legione CC.NN. guidata dal console Zanella, col grado di
Centurione. Dai suoi allievi si congedò dicendo che: «Così io mi sento educatore in un altro campo in cui occorrono parole e pugnali, anzi meno parole e più
pugnali». Molti ex-allievi, al suo appello, accorreranno seguendolo, volontari.
La scuola intanto proseguirà nella sua attività educativa, ed era ancora in funzione, anche se ridotta per organici ed allievi, durante la Repubblica Sociale Italiana; mantenne sino alla sua fine la sede originaria in corso Garibaldi.
Bianchi aveva intanto aderito tra i primi al Fascismo Repubblicano, e sarà nominato, nell'aprile 1944,
Vice-Commissario del Fascio Repubblicano di Pavia, affiancando Silvio
Magnaghi, e quindi, arruolato nella GNR, ebbe assegnato il comando del Battaglione OP, sino sino all'estate dello stesso anno, allorquando, al costituirsi della
XIVª Brigata Nera "Alberto Alfieri", ne sarà nominato a capo S.M.
Bianchi in effetti si tufferà animo e corpo nelle operazioni contro i cosiddetti "ribelli", organizzando i principali rastrellamenti e le spedizioni attuate soprattutto in Oltrepo in collaborazione con i tedeschi e con il Sicherheits Abteilung del colonnello Felice Fiorentini.
Il 2 gennaio 1945 predispose infatti il rastrellamento nell'area
lungavillese che portò alla morte Ermanno Gabetta al casino campestre di Verretto e, ancora ai primi di marzo, il piano di attacco alle forze partigiane che andò sotto il nome di
"Battaglia di Costa Pelata", perso dai nazi-fascisti per una sua leggerezza. Narrava infatti Italo Pietra che, in un momento di confidenza, raccontò ad alcuni suoi allievi quel piano. Uno di essi, chissà, forse perché non aveva gradito, come altri, qualche ceffone "terapeutico" del professore, non esiterà a partire per la montagna per "spifferare il tutto", consentendo così ai partigiani di reagire, causando così quest'ultima inaspettata sconfitta, a pochi giorni dalla fine del conflitto, ai
rastrellatori.
Raccontava il professor Giacomo Bascapè, che fu amico del Bianchi, che nelle difficili ore che
precedettero la resa fascista in Pavia, davanti all'indecisione dello Stato
Maggiore della Brigata Nera Alfieri, combattuto tra l'aderire alle trattative di resa intrattenute sino al 26 aprile dal capo della Provincia Tuninetti o l'obbedire all'ordine di
Pavolini, quello di confluire su Milano e poi in Valtellina, fu l'unico ad ostinarsi perché la formazione combattesse fino all'ultimo, terza estrema soluzione.
Allettati dalla promessa di essere consegnati incolumi agli Alleati per un regolare processo, i responsabili della Brigata Nera Alfieri si consegnarono ad Ubaldo Barberis del comitato insurrezionale pavese.
Il promesso "regolare processo" si risolse in un sommario giudizio posto in atto dall'istituto "Tribunale del
Popolo" costituito dal CLN di Pavia che, nella notte del 30 aprile, giudicava Arturo Bianchi, accusato di rastrellamenti, in effetti organizzati e diretti,
colpevole, e lo condanna alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena, eseguita in quella notte.
[...] Il Bianchi viene dunque "ripescato" dall'oblio e con lui si ripropone una pagina "dura e sanguinosa" della nostra storia locale che necessita di essere ricollocata nella sua giusta dimensione, anche riutilizzando, non essendoci fonti alternative di prima mano, quanto questo personaggio scrisse e lasciò ai posteri a futura memoria.
di Fabrizio Bernini.
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