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In occasione del XXIV
maggio di quest'anno (ricorrenza che durante il Fascismo era
celebrata come festa nazionale), novantesimo anniversario
dell'entrata dell'Italia nella Grande Guerra (1915-18),
sancita dalla dichiarazione di guerra all'impero Austro-Ungarico, proponiamo
un testo su Angelo Bellani, per ricordare non solo lui, ma tutti i patrioti, tutti i combattenti che parteciparono alla
Prima Guerra Mondiale, ed il popolo italiano, che versò il suo contributo di sangue per difendere
l'Italia ed i suoi confini. Nessuna speculazione politica ci spinge a proporre questo testo, ma, più semplicemente, la volontà di
divulgare fatti storici taciuti, caduti nell'oblio, se non, peggio, infamati e falsificati. Il lettore comprenderà meglio certi aspetti del testo se vorrà tener presente che si tratta di un racconto trasmesso
in maniera esclusivamente orale.
Stradella,
davanti al Monumento ai Caduti.
Mussolini aveva combattuto al fronte con coraggio ed era stato anche ferito. Alla fine della guerra attorno a lui si radunarono tutti i reduci, perché Mussolini era un
ex combattente come loro, infatti, come loro era stato al fronte in mezzo
all'inferno, sotto i bombardamenti e fra i proiettili rischiando di morire. Prima che finisse
l'ultimo anno di guerra, a fine novembre, Mussolini, pregato
da combattenti ed amici, in veste di direttore de "Il Popolo
d'Italia", tenne una conferenza a Pavia, nel settecentesco Teatro Fraschini stracolmo di gente. Ci dovevano essere anche il nostro Angelo Bellani ed il
Professor Bianchi. In pochi mesi il meglio del reducismo pavese determinò la fondazione dei Fasci di Combattimento locali. Bellani e i reduci come lui si sentivano avviliti e traditi dopo aver tremendamente sofferto in guerra.
Le ho già detto che il primo Fascio della provincia fu quello di Stradella? Lo fondò Amleto Castellani, combattente
stradellino, con un professore dopo
l'adunata in piazza San Sepolcro a Milano. I soldati sono i figli del popolo italiano per eccellenza.
A casa della signora Maria Laura V.*
Bellani era robusto, un tipo tosto. Aveva fatto la guerra, era nato a Villanterio il 5 gennaio 1895, fu chiamato alle armi nei primissimi giorni di guerra (1915-1918). In guerra aveva visto morire altri giovani come lui. Fu incorporato nel 2° bersaglieri e combatté sul Carso e in Albania, dove si guadagnò la
Medaglia d'Argento e la promozione a Caporal Maggiore. Al congedo fu poi promosso
Sergente per merito di guerra. Angelo
Bellani, tornato a casa, era uno di quegli
ex combattenti avviliti, dimenticati, si sentiva tradito per quella vittoria mancata e così partecipò
all'organizzazione del Fascio. Angelo Bellani, come lo ricordavano, era coraggioso e generoso tanto da non esitare mai nel pericolo anche a costo della propria vita. Lui stesso diceva di non importargli nulla di morire per la sua amata Italia. Mi
creda: era un autentico patriota.
In casa, davanti ad un quaderno pieno di note e nomi.
In provincia si contavano già 36 Fasci Italiani di Combattimento, ben organizzati sul modello militare. Deve pensare al clima di violenza in cui si viveva, dalla fine della guerra al
'24 i bolscevichi uccisero molti fascisti. Lei cosa avrebbe fatto? Si prepari ad un triste elenco. Nella nostra provincia Angelo Bellani non fu il primo. Vede, i primi furono Luigi Magni, assassinato il 10 ottobre del 1920 a
Castellaro de' Giorgi, e Angelo De Giorgi, del Fascio di
Scaldasole, assassinato in un agguato. I socialisti lo massacrarono in un'osteria.
Ferito, mentre implorava i suoi carnefici di voler rivedere la madre, gli assassini lo finirono con diciassette colpi di falcetto al viso, al collo e al petto. Morì all'ospedale il giorno dopo,
il 17 maggio 1921, tra atroci sofferenze. Poi ci fu l'aggressione del
Professor Arturo Bianchi a
Genzone. Un altro fascista, Giovanni Casale, fu assassinato il 18 luglio, sempre del
'21, quindi toccò a Bellani, e, dopo di lui, il mese successivo, ad
Andrea Vercesi, ex ardito di guerra, di soli 23 anni. Fu ucciso dai socialisti di Torre
Sacchetti, in un agguato nella notte del 12 novembre 1921 a San Damiano del Colle. Morì il 15 novembre. A Pavia i bolscevichi uccisero anche un giovane nazionalista, Manlio
Sonvico, che non era proprio un fascista. Nel '22 il primo fu
Carlo Mainetti, simpatizzante fascista e padre di due fascisti: Giuseppe, ex ufficiale del
Genio, e Gino, uno studente. Morì tragicamente davanti casa per mano dei comunisti vigliacchi del paese, il 19 giugno, a Zelata di
Bereguardo. Poi toccò al
giovane Giuseppe Porri, di Pietra de' Giorgi, assassinato dai comunisti il 6 agosto del
'22 a Binasco, e ad Attilio Rigoni, di Castello d'Agogna, ucciso a Milano il 2 novembre dello stesso anno.
Giovanni Mainardi fu assassinato dai bolscevichi il 16 giugno 1923 a
Gambolò. Pietro Algeri, del Fascio di Retorbido, 29 anni, ex
Caporale Maggiore degli Alpini e decorato con le Medaglie d'Argento e di
Bronzo al Valor Militare, a metà febbraio del 1923, tre mesi dopo il suo matrimonio, nella
piazza Risorgimento a Retorbido fu aggredito e ferito con un colpo di roncola al capo che disgraziatamente gli fu fatale; nello stesso momento in cui fu colpito Algeri anche lo
squadrista Giuseppe Grazioli fu ferito dagli stessi bolscevichi. Infine, sono un po'
stanca, Luigi
De Michelis fu ucciso a Novara, dove era corso in aiuto di quelle squadre,
e assassinarono anche il fascista Pacifico Cesati, di cui conosco solo il nome. Io
le ho fatto un elenco di tredici persone uccise dai comunisti in poco più di due anni. Invece i pestaggi, le provocazioni, i vandalismi, le aggressioni non si possono contare.
Al telefono.
Dopo la sezione pavese dei Fasci Italiani di Combattimento, si formò quella di Copiano, qui vicino, nell'alto pavese, promossa appunto dal
Professor Arturo Bianchi, figura rappresentativa del
Fascismo pavese, insegnante e reduce della Grande Guerra (1915-1918). Angelo Bellani lo conosceva bene. Nel
'21 la sezione di Copiano vantava molto più di 300 iscritti e tre squadre d'azione, gli squadristi. [...]
A Genzone, ad esempio, esattamente il 25 maggio dello stesso anno fu riconosciuto e circondato da una folla inferocita, fu pestato dai comunisti
a tal punto da renderlo quasi irriconoscibile. In quell'occasione il
Professor Bianchi si salvò dal linciaggio grazie all'intervento di
Bellani. Ai primi d'agosto di quello stesso anno, il professore copianese fu poi nominato
Aiutante Maggiore del 1° Battaglione Ciclisti del Gruppo
Camicie Nere di Pavia, che ebbe il suo battesimo del fuoco nella spedizione punitiva a
Binasco, nella quale Bianchi fu nuovamente ferito.
Pavia, in piazza della Minerva.
Dunque, quando fu? Bellani cadde in quell'imboscata il 17 ottobre del 1921 assieme ai suoi camerati e morì la mattina seguente a Pavia. C'erano naturalmente anche Arturo Bianchi e gli altri. Ci fu un duro scontro ad Albuzzano tra i fascisti e gli
"Arditi del Popolo". I comunisti si erano
preparati: era un'imboscata. Tanto è vero che in paese i capi dei bolscevichi si vantarono... I comunisti del paese erano numerosi e feroci quando erano
cento contro uno. I fascisti forse erano meno numerosi all'inizio, ma non avevano paura e volevano riscattarsi. Certo è che erano pochi i fascisti ad
Albuzzano, i più combattivi erano due: Ambrogio Galotti e Gaetano Bianchi.
I funerali di Angelo Bellani si fecero a Pavia e Villanterio, dove poi fu seppellito. Per Bianchi l'uccisione di Angelo segnò la fine di ogni specie di patto di pace, di ogni tregua. A Pavia si radunarono tutti i fascisti, tutte le squadre d'azione. Un corteo di gagliardetti e
camicie nere, la bara fu portata sul camion del Fascio che altre volte aveva portato Bellani insieme ai suoi camerati in altri pericoli. Il camion degli squadristi era bucherellato da colpi di proiettili d'altre imboscate dei
"rossi". I fascisti di Villanterio, superstiti del piano assassino dei comunisti, accompagnarono sul camion la bara del Martire
Fascista, Arturo Bianchi piangeva. Erano in divisa: camicia nera, fez rosso e pantaloni militari (grigio-verdi). Questa era la divisa del
Fascio di Copiano, che era poi la divisa di tutti i fascisti pavesi, ma poi
le racconterò... In quei giorni tutti i giornali riportarono la cronaca dei fatti.
In casa, davanti ad un quaderno pieno di note e nomi.
Fatto è che alcuni giorni prima della festa... una notte danneggiarono il camion del Fascio di Copiano col quale si potevano raccogliere gli squadristi in diversi paesi e piombare numerosi ovunque. Poi i bolscevichi di Albuzzano si vantarono in paese mettendo in allarme i fascisti che telefonarono al
Professor Bianchi per sapere se era la verità, se la camionetta era fuori uso, ma lui negò per non agitarli. Poi, il giorno diciassette, i bolscevichi invasero
Albuzzano. Brutte facce, poco conosciute. Circondarono le case dei fascisti più conosciuti, ma gli permisero di telefonare ancora al
Professor Bianchi per chiedere aiuto. Tempo mezz'ora e dieci squadristi di Villanterio con a capo Bianchi partirono in bicicletta per
Albuzzano. Aspetti e
le dico chi c'era... Naturalmente c'era Angelo Bellani. Poi Arturo Bianchi, Antonio
Grignani, Cornelio Mai,
Carlo Broglia, Antonio Bernerio, Luigi Rapetti, Silvestro
Longhi, Corso Varoli e Mughetti, il romano. Fuori di Albuzano lasciarono le loro bici in una cascina di un camerata, a
Vigalfo, e poi entrarono in paese a piedi, si può immaginare l'accoglienza che ricevettero. I comunisti, più numerosi, gli andarono incontro cantando
"bandiera rossa" e gridando slogan antifascisti. Ma alla fine i
"neri" entrarono in paese senza grossi problemi. Verso tarda sera però i comunisti iniziarono a provocare, tentando di strappare i distintivi dei
"neri", che reagirono fino ad essere circondati. Fra gli squadristi quattro erano armati di rivoltella e, a quel punto, sentendosi alle strette, estrassero le armi
esplodendo dei colpi in aria. La folla di comunisti si disperse lasciando la piazza agli squadristi. A quel punto i carabinieri presenti pregarono il
Professor Bianchi e gli altri
"neri" di allontanarsi. Ma mentre Bellani e gli altri se n'andavano gli
"Arditi del Popolo" tornarono alla carica e i fascisti fuggirono verso la cascina
"Alperolo", ma ad un tratto una scarica l'investì. I comunisti
li stavano aspettando. Quindi Bellani e Bianchi tentarono un'altra via di salvezza verso l'allora stazione della linea tranviaria
Pavia-Sant'Angelo, ma anche di là partirono colpi di fucile. I comunisti avevano bloccato tutte le strade. Il manipolo di fascisti si diresse verso il cimitero ma anche di là c'erano i bolscevichi
appostati. Dunque decisero di tornare in paese, la piazza era deserta e i carabinieri, gli unici rimasti in piazza, cacciarono via i fascisti. Erano come topi in trappola! Il paese era circondato. Decisero di andare a
Vigalfo, dove avevano lasciato le bici. C'era un po' di nebbia e solo la luce della luna illuminava la strada da fare. Proseguirono in fila indiana con le armi in pugno, fino a quando, da una siepe, partì un'altra scarica. Angelo Bellani cadde a terra colpito ad una gamba, gridando aiuto:
«Arturo! Aiuto!» Rimase a terra sulla strada battuta con i comunisti che ancora sparavano. I fascisti, giù a terra, risposero al fuoco. Arturo Bianchi e Antonio Grignani strisciarono fino ad Angelo per recuperare l'amico ferito. Dopo aver scaricato tutte le loro munizioni, i comunisti assassini fuggirono. Antonio Grignani volò a Vigalfo e tornò in carrozza col fittabile. Caricarono Bellani sofferente su quella carrozza e partirono per Pavia. Gli rimasero vicini Bianchi e
Grignani. Angelo Bellani era un cristianone robusto, un proiettile gli aveva aperto l'arteria, era una fontanella di sangue. Se non fosse stato così forte, sarebbe morto sicuramente prima di arrivare all'ospedale dove poi morì. Al San Matteo tardarono a soccorrerlo e Arturo Bianchi s'infuriò, gli impedirono di assistere l'amico morente e ne soffrì terribilmente.
A Villanterio i funerali furono imponenti. Al funerale parteciparono tutti i rappresentanti dei
Fasci della provincia di Milano e di Lodi, le sezioni pavesi e il Fascio di Sant’Angelo, i giornalisti
de "Il Popolo d'Italia", de "La Provincia",
del "Fanfulla di Lodi", dell'allora "Corriere di Pavia" e
de "Il Popolo", il Dottor Schiapparoli dei Combattenti di Pavia, i signori Cella e Molina della Federazione milanese. Sulla tomba del Bellani si susseguirono gli interventi di Cella per i
Fasci milanesi, appunto, di Arturo Bianchi, naturalmente, dell'On.
Lanfranconi, dei capi squadra di Lardirago e Casteggio. Quel giorno il
Professor Bianchi e gli altri
fascisti giurarono al padre di Bellani, sulla tomba del figlio, che il suo amato Angelo sarebbe stato vendicato. Arturo Bianchi ricordò ciò che disse il Duce:
«Vendichiamo i nostri morti!» Poi il 21 ottobre radunò a Villanterio tutti i
"neri" della zona, di Copiano, Magherno, Vistarino, Inverno,
Monteleone, Gerenzago, Genzone, Torre d'Arese, e costituisce la
"Disperatissima Angelo Bellani". Fra gli squadristi della
"Disperatissima" c'erano Cornelio Mai e Carlo Broglia, che accorsero anche loro
insieme a Bellani in aiuto dei camerati di Albuzzano. I fratelli
Fusarpoli, Varoli, Rinaldi, Carenzi e
Lino Perucchini. Alfredo Bargiggia, ora riposa al cimitero del paese, fu nominato fiduciario della sezione politica.
Al telefono.
L'anno in cui i bolscevichi o gli "arditi rossi" assassinarono
Bellani, Mussolini tornò in provincia in occasione della cosiddetta
"Sagra Fascista" di Mortara.
* Nome di fantasia.
Nelle fotografie: il Monumento ai Caduti di Stradella. - Angelo Bellani.
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