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Scritto alla memoria del rinomato
archeologo ed architetto Hermes Balducci, scomparso improvvisamente nel
1938 a soli 34 anni. Articolo in cui si evidenzia la valenza storico-culturale
del personaggio, sia a livello locale che a livello mondiale, prematuramente scomparso e proditoriamente dimenticato dalla
storiografia post-resistenziale. A noi la fortuna ed il dovere di rendere degno omaggio all'arte ed all'uomo.
La penna non vorrebbe scrivere, questa sera. Il pensiero è torpido, stanco, tormentato.
Eppure bisogna vergare le dolorose parole: Hermes Balducci è morto.
Non vale avergli parlato poco tempo fa, aver con lui accarezzato progetti, elaborato improvvisi, rapidi programmi di studio. Non vale aver qui presente i suoi lavori, sentire in questa casa, dove Egli fu ospitato con amicizia sincera che sicuramente ricambiava, la sua presenza; Hermes Balducci è morto.
Una partenza che lascia un dolore cocentissimo alla sua compagna, un rimpianto unanime in tutti quelli che lo conobbero, un accoramento stupito in noi che ebbimo la fortuna di conoscerlo, di apprezzarlo, di volergli bene.
Era nel pieno delle sue forze, nella meravigliosa età dell'uomo sul giusto mezzo della vita, con il fervore pieno della sua anima gentile ed entusiasta, raffinata da un'educazione preziosa, compita da una preparazione sicura al vivere, elevata dalla coscienza religiosa, che formava in Lui come un secondo carattere: per cui l'entusiasmo di Hermes Balducci, nel vivere, era tutto appoggiato ai canoni fondamentali della religione, sentita con pienezza di verità, con fede incrollabile: tutti i modi e le derivazioni servivano questo suo altissimo ideale.
Così l'indirizzo costante della sua operosità era lineare e deciso e in Lui la personalità possente e definita, senza squilibrio o variazioni.
Stupiva qualche volta la fermezza, la rigidità quasi del suo volere, potentissima e meravigliosa la forza posta nell'adempimento dei suoi lavori, che anche di Arte Pura risolveva sempre con compiti precisi.
In Pavia era assai conosciuto, avendovi da tempo preso dimora con il padre, scomparso a Cattolica qualche anno fa; si era presto distinto nel compiere, lungo la trama paterna, lavori coscienziosi di ingegneria e d'architettura che meglio sentiva e prediligeva.
Senza classificare le sue opere vogliamo ricordare il suo ingresso nel numero dei cittadini ai quali si deve profonda riconoscenza per opere insigni, disinteressatamente compiute, avvenuta con la progettazione del
Monumento Ossario dei Caduti in Guerra nel Cimitero di Pavia, atto di onore alla Patria che Egli glorificava
servendola con dedizione e zelo infinito. Poi le sue opere non si contano più.
È al Castello Visconteo per la prima coscienziosa restaurazione, dirige lavori, progetta lapidi, monumenti, restauri; dà al Federale di Pavia uno studio finito sul restauro del Broletto che certo rappresenta assai compiutamente le sue attitudini e la sua preparazione nella materia.
Lavora e lavora, nell'inverno e d'estate, per incarico del Governatorato di Rodi, si reca per anni di seguito nel Dodeccanneso, prima in Rodi stesso poi a Samo e a Coo, fruga nella terra avara, ricerca, segna e crea, con la sua scienza e con la sua sensibilità d'artista, la rinascita delle Basiliche cristiane o precristiane di quelle isole, con una stupefacente operosità che, giovanissimo, gli reca l'altissimo onore della Croce di Cavaliere Donato del Sovrano Ordine di Malta, con una lettera del Gran Maestro, Principe Chigi, di elogio incondizionato.
Riporta ogni anno, da queste operose vacanze centinaia di disegni e di pitture, che formano un materiale vasto e definitivo di studi.
L'editore Hoepli pubblica il suo poderoso volume su l'architettura turca in Rodi e anche questo segna un nuovo spunto alla sua attività che cerca ovunque i possibili sbocchi del rinnovantesi fervore. Si era avvicinato con convinzione di buona causa, alla rivista Ticinum ed in essa aveva pubblicato alcuni originali e fondamentali lavori di ricerca archeologica, inaugurando un metodo più completo di studio, col porre accanto alle note storiche la paziente e sagace misurazione dei pezzi particolari, la
assonometria e, dove mancavano altri elementi generali, la ricostruzione ideale del monumento.
Definiva così, in completa armonia di notizie e di numeri, il monumento stesso che studiava.
San Giacomo della Cerreta - San Lazzaro fuori delle Mura, monumenti pavesi, sono raccolte in
monografie della Collana Artistica di Ticinum che Hermes Balducci dirigeva, con equilibrio e buon gusto.
Studiava ora da alcuni anni la basilica di Bobbio, dove l'irlandese
S. Colombano aveva scelto dimora, costruendo la chiesa su fondamenta romane e lo studio doveva essere dato alle stampe in questo tempi.
Nell'Università, Hermes Balducci, era Professore di disegno avendo sostituito il suo insigne Maestro Prof. Locati, avviato a riposo per età, or'è un anno. Era giunto alla Cattedra con una formidabile preparazione scientifica e con un documentario poderoso del suo lavoro.
Hermes Balducci infatti non conosceva altro svago o divertimento se non l'opera compiuta o la progettazione di quella da compiere.
Si capisce così anche il numero dei diplomi da Lui posseduti, di diverse discipline nelle quali era entrato per il bisogno di scrutare, di studiare per vivere.
Era un carattere forte ed integro, possedeva un'onestà che si compiaceva dello scrupolo, sentiva la bellezza del dovere fino al sacrificio, conosceva le vie della rassegnazione e quelle della bontà.
Lascia una esperienza a tutti, per tutti lascia un ammonimento: la vita è un dovere e un compito, l'esistenza è vana se non si trasforma in lavoro.
Lascia un'eredità di affetti non comuni fra noi, che ebbimo l'onore di coltivare la sua amicizia.
Lascia alla sua Università, per gli allievi un esempio da seguire, per i Maestri l'orgoglio d'averlo prescelto a quel posto che ora si abbruna a lutto.
L'Italia perde uno dei suoi più giovani e preparati archeologi fascisti; un uomo che avendo creduto fervidamente nel Regime ed avendo obbedito i
comandamenti del Duce, avrebbe portato tutta la sua fede cristiana ad onorare nella romanità rinata, i segni e il fatidico rinnovarsi della Civiltà millenaria dell'Urbe Cristiana.
E a me lascia anche il rimpianto di non aver saputo dire tutto e meglio di Lui.
Alberto Molina, 14 Febbraio 1938 - XVI.
Nella fotografia, da sinistra, l'Ingegner Giacomo Gara, Capo
dell'Ufficio Tecnico Comunale, Hermes Balducci ed Alberto
Molina, ritratti nel 1933 all'interno del cortile del
Castello Visconteo, del quale all'epoca dirigevano i lavori
di restauro. |