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ARTELETTERE
- PITTURA DEL NOVECENTO A PAVIA: CONTARDO BARBIERI |
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Dopo i primi insegnamenti ricevuti da
Kienerk presso la Civica Scuola di Pittura di Pavia, è allievo di Cesare Tallone e di Alciati all'Accademia di
Brera, da cui si licenzia nel 1921 conseguendo il Premio Mazzola.
Preferenzialmente interessato alla pittura di paesaggio, in particolare
quello dell'Oltrepò pavese, dove è nato, Barbieri non trascura i temi legati
alla vita quotidiana - donne in lettura o in conversazione, per esempio - che,
sul modello del gruppo novecentista, tratta con compostezza e
con un certo rigore formale, costruendo per larghe e compatte stesure cromatiche.
Proprio l'attenzione ad un impianto strutturale ben saldo, conseguito senza il
ricorso a schemi architettonici tanto usuali nella pittura del tempo, gli
vale l'invito a partecipare nel 1929 alla Mostra del Novecento
Italiano a Milano, e ad alcune delle esposizioni che il gruppo organizza all'estero.
Nell'ambito di tali manifestazioni la sua pittura viene talvolta criticata
per l'eccessiva pesantezza formale e per la presenza di un malcelato schema
accademico. Con tutto ciò, la presenza alla Biennale veneziana del
1928 (con "Lettura") e a quella del 1930 (con
"La madre"), nonché quella alla Quadriennale romana del
1931 (con "Mattino", "I miei fratelli" e
"Varigotti"), segnano il momento di più felice ricerca artistica, prodotta anche nelle decorazioni murali della
nuova sede della Triennale di Milano del 1933 e della Casa Littoria di
Bergamo nel 1938.
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| Inserito
da EAR
il 17-XI-2005 - Fonte: Il Novecento Italiano |
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ARTELETTERE
- IL REGISOLE, STORIA E MISTERI DI UN SIMBOLO PAVESE |
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È forse il
più enigmatico tra i misteri che la millenaria storia della
nostra Pavia porta con sé. E nessuno, benché la sua
immagine sia uno dei più genuini simboli della pavesità, lo ha ancora risolto.
Chi rappresenta il Regisole? Molto è stato scritto e molte
argomentazioni sono state prodotte sulla statua equestre di
piazza del Duomo. Un imperatore? Marco Aurelio? Settimio Severo? Odoacre? Teodorico?
Innanzitutto occorre precisare che l'attuale Regisole non è
l'antica originaria statua, ma una copia moderna. Fu infatti collocato
dov'è ora nel 1937, ed è opera dello scultore Francesco Messina (lo stesso autore della Minerva) e
presenta alcune varianti rispetto all'immagine tramandataci
dagli storici pavesi: il cavaliere è privo di barba, il movimento del cavallo è
reso in maniera decisamente più briosa rispetto al più
statico antico monumento, e manca l'originale e pittoresco
sostegno alla zampa anteriore sinistra del cavallo: un cagnolino.
Nel complesso, il Regisole, come possiamo ammirarlo oggi, è
opera di alta scultura: il gioco dei muscoli del cavallo, tra il trotto ed il galoppo,
l'anatomia perfetta di cavallo e cavaliere, le pieghe del mantello e tutto
l'insieme riflettono l'alta plasticità e maestria della fusione.
Il vecchio Regisole, dal canto suo, godette tuttavia dell'ammirazione di
visitatori del calibro di Leonardo da Vinci, che, durante una delle sue visite alla fabbrica del
Duomo, così si espresse nei suoi appunti: «Di quel (ossia del cavallo) di Pavia, si lauda più il movimento che niuna altra
cosa». Anche il Petrarca aveva riportato la medesima impressione di Leonardo: nella lettera
all'amico Boccaccio scrive che il «Regisole è cosa ammirevole per lo slancio del cavallo come
all'assalto della cima di un colle».
È importante inoltre notare come l'antico Regisole fosse
come l'attuale in bronzo, ma sfoggiasse, a differenza di
questo, una preziosa doratura, che veniva periodicamente
ripulita e restaurata, segno questo della cura che i pavesi ebbero sempre per la statua equestre.
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Sopra, da sinistra, un'immagine dell'inaugurazione
del Regisole, alla presenza del Ministro Bottai; due
immagini attuali del monumento. |
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| Inserito
da EAR
il 5-II-2007 - Fonte: Pavia Tricolore |
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ARTELETTERE
- L'ARCHITETTO HERMES BALDUCCI NEL RICORDO DI ALBERTO MOLINA |
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Scritto alla memoria del rinomato
archeologo ed architetto Hermes Balducci, scomparso improvvisamente nel
1938 a soli 34 anni. Articolo in cui si evidenzia la valenza storico-culturale
del personaggio, sia a livello locale che a livello mondiale, prematuramente scomparso e proditoriamente dimenticato dalla
storiografia post-resistenziale. A noi la fortuna ed il dovere di rendere degno omaggio all'arte ed all'uomo.
La penna non vorrebbe scrivere, questa sera. Il pensiero è torpido, stanco, tormentato.
Eppure bisogna vergare le dolorose parole: Hermes Balducci è morto.
Non vale avergli parlato poco tempo fa, aver con lui accarezzato progetti, elaborato improvvisi, rapidi programmi di studio. Non vale aver qui presente i suoi lavori, sentire in questa casa, dove Egli fu ospitato con amicizia sincera che sicuramente ricambiava, la sua presenza; Hermes Balducci è morto.
Una partenza che lascia un dolore cocentissimo alla sua compagna, un rimpianto unanime in tutti quelli che lo conobbero, un accoramento stupito in noi che ebbimo la fortuna di conoscerlo, di apprezzarlo, di volergli bene.
Era nel pieno delle sue forze, nella meravigliosa età dell'uomo sul giusto mezzo della vita, con il fervore pieno della sua anima gentile ed entusiasta, raffinata da un'educazione preziosa, compita da una preparazione sicura al vivere, elevata dalla coscienza religiosa, che formava in Lui come un secondo carattere: per cui l'entusiasmo di Hermes Balducci, nel vivere, era tutto appoggiato ai canoni fondamentali della religione, sentita con pienezza di verità, con fede incrollabile: tutti i modi e le derivazioni servivano questo suo altissimo ideale.
Così l'indirizzo costante della sua operosità era lineare e deciso e in Lui la personalità possente e definita, senza squilibrio o variazioni.
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TUTTO] |
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| Inserito
da EAR
il 27-III-2005 - Fonte: Ticinum |
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ARTELETTERE
- FRANCESCO MESSINA, VITA ED OPERE |
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Non tutti conoscono il nome
e la storia dell'autore della statua della Minerva e di
quella del Regisole in piazza Duomo, simboli fortemente
radicati nella tradizione pavese, dai fasti di Pavia
imperiale alla millenaria gloria dell'Ateneo. Scopriamo, in
questa breve scheda, la storia di uno tra i più grandi artisti del
Novecento, che a Pavia donò quelli che oggi sono
imprescindibili ed inestimabili tasselli della fisionomia
urbana.
Trasferitosi in tenera età a Genova dalla natia Sicilia, tralascia gli studi per entrare nella bottega del marmista Giovanni Scanzi, noto autore di statue cimiteriali. In seguito frequenta i corsi liberi di nudo, quindi l'Accademia Linguistica di belle arti e prende contatto con l'ambiente artistico genovese, così da essere invitato con una testina in marmo già nel 1915 a un'esposizione di artisti al fronte. La sua formazione culturale si amplia e si approfondisce nel corso degli anni venti grazie a viaggi di studio nelle capitali europee, in particolare a Parigi, dove fondamentale sarà l'incontro con Rodin, che lo indirizzerà in senso classico-naturalistico.
Salva una passeggera adesione all'esperienza futurista, l'interesse di Messina si concentra sulla tradizione italiana, in particolare quella dei quattrocentisti toscani, di cui apprezza ed emula sia le qualità formali sia l'alta maestria tecnica, il "mestiere"; già in quelle prime prove è evidente la predilezione dell'artista per la figura umana, da lui trattata per l'intero arco della sua produzione, dalle piccole terrecotte sensitive alle colossali statue monumentali (la Minerva ed il Regisole di Pavia).
I rapporti, nella seconda metà degli anni Venti, con il gruppo del Novecento italiano, che incontra nella Galleria De Cristoforis o nella Pasticceria Marchesi quando si reca a Milano per seguire le fusioni, e con il quale espone alle due grandi mostre del 1926 (Autoritratto, Vittoria) e del 1929 (Testa di ragazza, Ritratto del pittore Funi, Bimbo nudo) confermano sempre più Messina nella tendenza purista, portandolo a distruggere tutte le opere del periodo giovanile, spurie e prive di quel rigore formale ora considerato qualità preminente della scultura.
Carlo Carrà, presentando una mostra alla Galleria di Milano nel '29, sottolinea il carattere distintivo dell'arte di Messina, consistente nella perfetta sintesi formale tra i dati forniti dall'esperienza reale e il recupero intelletualistico e letterario della tradizione. Trasferitosi nel '32 a Milano, Messina vince due anni dopo la cattedra di Scultura dell'Accademia di Brera, succedendo a Wildt, quindi è nominato direttore dell'Accademia stessa. Da quel momento si succedono frequenti commissioni di prestigio (il busto bronzeo del Cardinale Schuster, le opere monumentali di Pavia) e notevoli riconoscimenti di critica e di pubblico in occasione della sua partecipazione a grandi esposizioni, come la sala personale alla Quadriennale romana del '39 e il Premio internazionale di scultura alla Biennale veneziana del '42.
Superato un breve periodo di difficoltà negli anni immediatamente successivi alla caduta del
Regime, Messina riprende l'attività didattica e quella espositiva, ottenendo una sala personale alla Quadriennale romana del '51 ed alla Biennale veneziana del '56; nuovamente gli vengono affidati incarichi di d'impegno; tra gli altri il monumento a Pio XII in San Pietro, quella di Santa Caterina per Castel Sant'Angelo, il cavallo per la sede romana della
Rai.
Le opere dell'ultimo decennio paiono discostarsi un poco dalla precedente produzione per uno stile più mosso e contrastato, non insensibile a influssi espressionistici. |
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| Inserito
da EAR
il 4-I-2005 - Fonte: Il Novecento Italiano |
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ARTELETTERE
- GIANNINA CENSI,
L'AERODANZATRICE - GRANDE INTERPRETE DEL FUTURISMO E MAESTRA DI
BALLO A VOGHERA |
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Nata
a Milano nel 1913, il padre, Carlo, amico di Marinetti,
insegnava musica al Conservatorio ed era compositore; la
madre, Carla, era concertista e cantante. Dopo la morte del
maestro di danza della Scala, Enrico Cecchetti, la Censi si
trasferì per tre mesi a Parigi, si perfezionò alla scuola
della russa Egorova e si accostò alle più varie
esperienze, dal ballo giapponese di Ouday Chenkar al
flamenco.
Il 14 marzo del 1930, l'incontro col Futurismo. A Milano, in
una "Serata Futurista", danzò "Opium" e
"Grottesco meccanico" del parolibero Flavio Gioia,
musiche di Malipiero e Pick Mangiagalli. Conobbe il poeta
Escodamè, pseudonimo di Michele Leskovic, che la volle in
"Simultanina" di Marinetti. Ultima opera in prosa
di Marinetti, giustappone due realtà: il salotto d'una
famiglia piccolo-borghese in miseria, la stanza d'una
cocotte. Lo spettatore fa in tempo a cogliere il contrasto e
la cocotte si sposta dall'altra parte della scena
interagendo con la famigliola. La Censi, diciassettenne,
danzò simultaneamente gli stati d'animo piccolo-borghesi,
tristezza e problemi economici, e quelli della cocotte, joie
de vivre e regali degli amanti. Furono 28 repliche in
tournée per l'Italia, la verdura pioveva al posto degli
applausi, un carciofo la colpì in testa facendola quasi
svenire.
Erano gli anni '30, nei raduni aviatori le dive del muto
cadevano in deliquio per i piloti, Lindbergh era decollato a
New York, per atterrare a Parigi 33 ore e 29 minuti dopo
senza scalo. I futuristi vivevano nel mito della macchina e
si appropriarono di quello delle macchine volanti. Il
prefisso aero imperversò nel movimento: aeropoesia,
aeropittura, aerodanza. L'aerodanzatrice del Futurismo sarà
Giannina Censi.
Su consiglio di Marinetti, nell'estate del 1931, compì voli
acrobatici col pilota De Bernardi. In famiglia, il volo non
era passione nuova. La zia materna, Rosina Ferrario, volava
dal 1913 ed era considerata pioniera dell'aeronautica
italiana. Il 6 novembre del 1931, i futuristi inaugurarono a
Milano una "Mostra di aeropittura e scenografia
futurista" con gara per l'elezione del poeta record.
Vinse Farfa, premio: "Un Casco Lirico d'Alluminio da
portare tutto l'anno". La Censi danzò aeropoemi di
Marinetti, che recitava dietro le quinte, e le aeropitture
di Prampolini: una danza «disarmonica sgarbata antigraziosa
asimmetrica sintetica dinamica parolibera» (definizionemarinettiana),
senza musica e con questo costume: gambe e spalle scoperte,
body ornato di tubi del gas e fili di rame per esasperare le
vibrazioni del corpo.
Ma l'esperienza futurista perdeva quota. Nel '34 e '35, la
Censi fu nel corpo di ballo di Wanda Osiris, la Compagnia
Maresca. Il 2 febbraio del 1934 le era nato il figlio
Cristiano, che sarà attore, regista e drammaturgo. Il
padre, come dichiarò la Censi in un'intervista alla Aspesi
("Il mio corpo è un aereo in picchiata", La
Repubblica, 27 settembre 1989), era un «celebre corridore
morto mentre aspettavo il bambino». Nel 1936, una lesione
al menisco le impedì di proseguire. Una "Danza
erotica", sul preludio in do diesis minore di
Rachmaninov, fu forse il suo canto del cigno.
Dopo
la guerra si dedicò all'insegnamento, a Milano, Sanremo e
infine a Voghera, dove, da ragazza madre futurista qual era
stata, diventò la "signora Censi" aprendo in via
Viscontina una scuola. Ancora oggi è ricordata per la
severità con cui correggeva, la bacchetta e i saggi al
Sociale, davanti a un pubblico di genitori e parenti
trepidanti, dallo "Schiaccianoci" a
"Biancaneve". Le madri non erano ammesse nella
sala d'allenamento della scuola, dove, tra parquet, specchi
e sbarra, risuonavano i perentori ordini: «Tira le
punte!», «Non guardare per aria!». Le bambine non
potevano portare monili, se avevano i capelli lunghi
dovevano raccoglierli in chignon, vestivano tutina nera e
scarpe da ballo Porselli con cui, prima di calcare il
parquet, pestavano sui cristalli di pece per creare una
patina d'attrito.
Negli anni '80 cominciò un repechage delle avanguardie e si
rese omaggio anche alla componente femminile con la mostra
alla Fondazione Mazzotta di Milano sulle donne futuriste,
vorticiste, dadaiste eccetera ("L'altra metà
dell'avanguardia"). Seguirono altre celebrazioni
espositive che videro la Censi in prima fila, come quella
sul Teatro Magico di Depero a Rovereto nell'89. Morì nella
primavera del 1995, ma stava male da mesi, e così non fu
presente nel settembre '94 allo spettacolo di aerodanza, per
i cinquanta anni dalla morte di Marinetti. Tra le
coreografie dei ragazzi di Brera sotto la supervisione di
Silverio Riva, l'allieva Silvia Barbarini (fondatrice a Roma
del gruppo di ballo Vera Stasi e legata al figlio della
Censi) interpretò l'aerodanza.
Dall'alto: Giannina Censi ripresa durante un'aerodanza dai
fotografi dello Studio Santacroce,
nel 1931. - Una fotografia degli anni '30 della danzatrice.
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| Inserito
da GFA
il 3-XI-2004 - Fonte: La Provincia Pavese |
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ARTELETTERE
- LE VESTALI DEL FUTURISMO - LA RACCOLTA ANGELINI DI GODIASCO |
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"Fedelissime cameriere" di Filippo Tommaso Marinetti, Marietta (1869-1942) e Nina (Carmela, 1882-1926) Angelini sono native di Godiasco (PV). Nina è accolta nella casa milanese dei Marinetti a undici anni, seguita più tardi dalla sorella maggiore. Trattate in famiglia quasi come figlie e molto affezionate a Tommaso, le due sorelle partecipano con entusiasmo alla fondazione e poi alla promozione del movimento
futurista, svolgono una intensa attività di segretariato, intrattengono rapporti epistolari con
tutti i principali protagonisti, da Balla a Buzzi, da Depero a Russolo,
da Mazza ad Azari.
La primogenita Marietta, su invito di Francesco Cangiullo, si
cimenta anche con componimenti paroliberi. Alcuni lavori di
Marietta, prima poetessa parolibera, vengono pubblicati nel
1916, con la critica entusiasta di Cangiullo, sulle pagine
del giornale napoletano "Vela Latina".
Nel 1924, ancora, collaborano alla buona riuscita del I° Congresso Futurista Italiano; in quello stesso anno, trasferendosi Marinetti a Roma,
acquisiscono la casa padronale di Godiasco, dove entrambe vivranno fino alla morte.
La loro storia è raccolta in tre album di documenti vari - lettere, cartoline, fotografie, articoli e ritagli
di giornale, ecc. - depositati dagli eredi nel 1992 presso l'Archivio insieme a dipinti futuristi. Del fondo, la cui corrispondenza è schedata e pubblicata nel libro di Virginio Giacomo Bono
"Le Vestali del Futurismo" (EDO Edizioni Oltrepo, Voghera, 1991), esiste un elenco completo. Il materiale è riprodotto in fotocopia, nonché schedato
interamente entro il catalogo informatizzato dell’Archivio (1995).
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Tre opere di Marietta Angelini. Da sinistra:
"Collage", 1913. - "L'uomo di veluto", ritratto di
Cangiullo, 1916. - "L'uomo rosso", ritratto di Marinetti, 1916.
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| Inserito
da GFA
il 3-XI-2004 - Fonte: La Provincia Pavese |
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